
MUGELLO – Son tempi di preoccupazione per gli allevatori mugellani del settore lattiero. Non solo per la crisi generale provocata dall’emergenza sanitaria ma per gli ultimi sviluppi degli assetti societari della Centrale del Latte d’Italia, nata pochi anni fa dal “matrimonio” tra Centrale del Latte di Firenze e da Centrale di Torino. E la notizia che rende fosco il quadro è l’intenzione dei “piemontesi” di vendere le loro quote. Già nei mesi scorsi avevano disdettato il patto parasociale con i soci pubblici toscani, mirato a garantire tutele per i produttori locali. E ora i soci torinesi (Finanziaria Centrale del latte di Torino col 40,11% e Lavia col 7,16%) stanno trattando in esclusiva, fino al 30 aprile, la cessione del proprio 47,3% – la quota di maggioranza – con Newlat Food, gruppo emiliano quotato in Borsa, 320,9 milioni di fatturato nel 2019, con i marchi Polenghi, Giglio e Buitoni.
“In verità -dice Remo Marchi, allevatore firenzuolino e presidente della Granducato, una delle due cooperative che raccoglie il latte toscano da conferire in Centrale- la preoccupazione c’era fin dall’inizio, dall’ingresso dei Torinesi. Ora i nodi vengono al pettine e si sta vericando quel che temevamo, in una logica strettamente imprenditoriale mirata a remunerare gli azionisti. E poiché i margini nel settore lattiero sono molto bassi tutto diventa stretto e difficile, per i produttori, per i dipendenti, a anche per i consumatori, perché può venir meno la garanzia che finora c’era di provenienza e di salubrità”.
Occorrerebbe che i soci toscani della Centrale del latte d’Italia partecipassero alla ricapitalizzazione da 30 milioni progettata dall’azienda, ma non sembra proprio che Comune di Firenze (che detiene l’11,91%), Fidi Toscana (6,21%), Comune di Pistoia (5,3%) e Camera di commercio di Firenze (2,31%) abbiano una gran voglia di metter mano al portafoglio. Le alternative? O vendere al nuovo azionista di riferimento che si delinea all’orizzonte, questa Newlat Food (dietro la quale potrebbe anche celarsi qualche gruppo più grande, come la multinazionale Lactalis), oppure diluire le proprie quote. Ovvero contare sempre meno.
I giochi sono in una fase decisiva visto il che il prossimo 29 aprile è in programma l’assemblea ordinaria e straordinaria degli azionisti della Centrale del latte d’Italia per l’approvazione del bilancio, il rinnovo del consiglio di amministrazione e l’aumento di capitale, con o senza diritto di opzione, fino a un massimo di 30 milioni in cinque anni. L’obiettivo dichiarato finora era “rafforzare il patrimonio aziendale e proseguire nella prospettiva di crescita e investimento nel settore lattiero-caseario”.
Ma la Mukki rischia di esser messa nell’angolo. Ne è consapevole anche l’assessore regionale all’agricoltura Marco Remaschi. “Siamo attenti e preoccupati, per questa vicenda, e la preoccupazione -dice- è che l’aumento di capitale porti a un indebolimento della presenza toscana, e a difficoltà per i conferitori Mukki. Oggi la Mukki paga un giusto prezzo ai produttori, sufficientemente remunerativo. Ma se entrasse una multinazionale, quali saranno gli indirizzi? E ci sarà attenzione verso il latte toscano? Poiché non so che cosa faranno i soci toscani, una certa preoccupazione è legittima. Perché si potrebbe mettere a rischio una parte allevatoriale importante della nostra regione, con problematiche di prospettive che ci devono far pensare bene”.

“Per questo -continua Remaschi- la mia idea è di coinvolgere tutti i soggetti interessati, organizzazioni, conferitori, e ovviamente tutti i soci, per capire qual è la loro posizione al riguardo. Come Regione Toscana dovremo stare nella partita. Non abbiamo gli elementi per imporre niente. Ma poiché ci sono aziende che hanno fatto grandi investimenti, e spesso diciamo che questa azienda è un fiore all’occhiello della Toscana, dobbiamo tradurre queste parole in fatti, e stare molto attenti, per non gettare al vento tutto il lavoro fatto in questi anni. Conto prima di Pasqua di organizzare questo incontro”.
Anche il presidente dell’Unione montana dei Comuni del Mugello Phil Moschetti dà una lettura preoccupata della vicenda anche se non si sorprende più di tanto degi ultimi sviluppi. “Era piuttosto scontato -nota- perché la proprietà piemontese non aveva una vocazione in questo settore, ed era attendibile che vi fosse una successiva cessione. Hanno acquisito una leva di valorizzazione perché indubbiamente possedere Mukki, un’azienda toscana, è un vantaggio da un punto di vista dell’immagine, visto che ci sono studi che evidenziano come il marchio Toscana sia il secondo marchio al mondo per valore commerciale. E’ un’operazione attesa per la logica industriale che sottende. Certo allontana il controllo sempre di più dal territorio ed è scelta dai contorni incerti. Rappresenta un ripensamento della strategia del gruppo, anche se a priori non possiamo dire quali saranno le conseguenze per il Mugello, ma occorre porci sicuramente attenzione. Dato il momento che stiamo vivendo è molto probabile che i soci toscani non parteciperanno alla ricapitalizzazione, e certo questa operazione capita nel momento peggiore“.
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 27 marzo 2020



