
BORGO SAN LORENZO – Fabio Ceseri invia in redazione una lettera sul 25 Aprile e la storia di don Lorenzo Gasperi, che nel Settmbre 1944 trattò con i tedeschi per evitare la distruzione di Borgo San Lorenzo, riflettendo sul fatto che a lui sia stata intitolata solo una via secondaria di Borgo San Lorenzo e parlando “memoria selettiva”:
Ci sono ricorrenze che uniscono, altre che dividono, e poi ci sono quelle che dovrebbero almeno pretendere una cosa semplice: memoria intera. Non a pezzi, non in comode porzioni monouso. Il 25 Aprile dovrebbe appartenere a tutti proprio per questo: perché parla di liberazione, coraggio, scelte decisive. Ma quando la memoria seleziona troppo, smette di essere storia e diventa sceneggiatura.
A Borgo San Lorenzo esiste una vicenda che meriterebbe ben altro spazio nel racconto pubblico del paese. Invece vive ai margini, quasi con il permesso di disturbare il meno possibile. È la storia di Don Lorenzo Gasperi, sacerdote nato a Trento, che nel settembre del 1944 contribuì a evitare la distruzione di una parte fondamentale del centro storico.
Era il 2 settembre 1944. Le truppe tedesche, nel tentativo di rallentare l’avanzata degli Alleati provenienti dalla Faentina, avevano disseminato cariche di tritolo in punti strategici del paese: il ponte sulla Sieve, via Brocchi, via del Canto, parte di piazza del Mercato e Porta Fiorentina, all’ingresso di via Mazzini, l’antica Malacoda.
Non si parlava di qualche muro lesionato o di una finestra da rifare con calma. Si parlava del cuore di Borgo San Lorenzo: case, famiglie, botteghe, memoria, identità. In pratica, tutto ciò che poi si celebra nei discorsi ufficiali con voce commossa e fascia tricolore ben stirata.
In quel contesto, Don Lorenzo Gasperi, conoscendo la lingua tedesca, prese una decisione che pochi avrebbero avuto il coraggio di prendere davvero: andare a trattare con il comando tedesco acquartierato a Villa Il Palagiaccio, in località Senni.
Con lui c’era il pievano Don Ugo Corsini. Davanti al comandante, il maggiore Gustav Stheiner, di origini austriache, Don Lorenzo sostenne con fermezza l’inutilità di radere al suolo quella parte del paese, ancora abitata da numerose famiglie.
Secondo le testimonianze tramandate negli anni, il confronto fu duro, teso, tutt’altro che cerimoniale. Non era una visita istituzionale con buffet finale e foto ricordo. Era un uomo disarmato davanti a un comando militare in ritirata, nel pieno della guerra, mentre si giocava tutto: credibilità, libertà, forse la vita.
Alla fine arrivò l’ordine di disinnescare il tritolo già pronto a esplodere. Borgo San Lorenzo evitò devastazioni che avrebbero lasciato ferite per generazioni.
E qui comincia l’altra storia. Non quella eroica del 1944, ma quella molto più italiana del dopo: il silenzio selettivo.
Perché di Don Lorenzo Gasperi si parla poco. Troppo poco. Nessun ruolo davvero centrale nella memoria civica del paese. Nessun riconoscimento all’altezza del gesto compiuto. Qualche citazione sporadica, una strada secondaria dietro lo stadio, nella zona di via Benedetto Croce. Una viuzza quasi nascosta, come se anche il ringraziamento dovesse restare discreto. Più che un omaggio, un cenno burocratico.
La domanda resta lì, e non è affatto illegittima: perché una figura simile è rimasta ai margini? Perché era un prete? Perché non impugnava un fucile? Perché salvare un paese con la parola, il sangue freddo e il coraggio personale crea meno folklore di certe liturgie ideologiche?
La memoria pubblica spesso non premia chi ha fatto di più. Premia chi entra meglio nel copione già scritto. Gli altri finiscono in nota a piè di pagina, quando va bene. Quando va male, nemmeno lì.
Il 25 e la memoria selettiva? Festeggiare il 25 Aprile ha senso solo se si ha il coraggio di ricordare tutte le forme di resistenza: quelle armate e quelle civili, quelle celebri e quelle dimenticate, quelle comode e quelle che mettono in imbarazzo i professionisti del ricordo a senso unico.
Chi ha salvato vite senza sparare un colpo vale meno di chi portava un’arma? Chi ha evitato una strage urbana conta meno perché indossava una tonaca?
Se la risposta è no, allora il problema non è la storia. È il filtro con cui viene servita.
Non festeggiare il 25 Aprile, per qualcuno, può nascere da qui: non dal rifiuto della Liberazione, ma dal rifiuto di una memoria incompleta, dove alcuni nomi vengono scolpiti nel marmo e altri lasciati scolorire nell’intonaco.
Finché Don Lorenzo Gasperi resterà una figura laterale nel racconto di Borgo San Lorenzo, resterà aperta una domanda semplice e scomoda: celebriamo davvero la libertà, o soltanto la versione più conveniente del passato?
Fabio Ceseri
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 21 Aprile 2026



