MUGELLO – Ponti autostradali che crollano per colpa di incuria e manutenzioni scarse o assenti. Corruzione e frodi che nascondono i problemi di sicurezza sotto il tappeto, in spregio ad ogni rispetto per la vita altrui. I nostri bellissimi paesi antichi, preziosi scrigni di storia, umanità, tradizioni, che formano paesaggi riconosciuti in tutto il mondo, che si sbriciolano sotto i colpi di terremoti poco più che modesti. Barberino è stato appena colpito da uno di questi eventi che si abbattono sulla fisicità dei suoi abitanti come sulla loro psiche, lasciando attoniti, sconvolti e impauriti i suoi abitanti. E anche se, tutto sommato, possiamo oggi dire che poteva andare molto peggio, è chiaro che questo evento lascerà strascichi importanti nel tessuto economico e sociale, che si riverberanno per molti anni a venire, e che determineranno scelte diverse e dolorose. Un tessuto idrogeologico, quello italiano, debole, sfrangiato, sottoposto ogni giorno a rapine di ogni genere che favoriscono frane, consumo di suolo, incendi, e alimentano un sottobosco di corruttele e mafiosità che ci avvelena . Insomma un Paese che si sta consumando ogni giorno di più, incapace di ritrovare una spinta unitaria ed emozionale che lo avvicini a quel futuro che gli altri Paesi dell’Europa stanno perseguendo con successo.
Boom di disdette dei turisti a Venezia dopo l’acqua alta, nei quasi trecento hotel del centro storico e nei tantissimi bed & breakfast, dove le cancellazioni sono arrivate al 45 per cento. Questo è comprensibile. Ma il dato nuovo, e inquietante, diffuso appena ieri dall’Ava Federalberghi, l’Associazione veneziana albergatori, è che “si assiste per la prima volta nella sua storia a qualcosa di mai vissuto: il blocco totale delle prenotazioni, Natale e Capodanno compresi, e fino a data da destinarsi”.
Il sistema Italia comincia a fare paura?
Attenzione, perché se le decine di milioni di turisti stranieri cominciassero ad aver timore, per un motivo od un altro, di venire in Italia, e a preferire mete europee più “sicure”, allora sarebbe un problema serio. Un Paese trasformatore come il nostro, che ha poche materie prime, condannato ad importarne molte, che ha abbandonato da decenni settori trainanti dell’economia, che si vedesse snobbato da una parte consistente del turismo mondiale, per quanto tempo potrebbe garantire quelle conquiste sociali del dopoguerra, il nostro welfare, che ha fatto scuola in tutto il mondo?
Saremo forse presto costretti a doverci misurare con quella paura che ormai da decenni ha cominciato a farsi strada nel nostro vivere quotidiano, cioè il senso della nostra vecchiaia, la nostra decrepitezza? Che non è solo dimostrata sempre di più dal crollo delle nascite, il quale ci condanna già oggi ad essere il Paese più vecchio del mondo, ma anche la vecchiaia delle nostre infrastrutture industriali, delle nostre reti di comunicazione, del nostro tessuto sociale. Una consunzione che non riesce più ad essere fronteggiata come una fisiologica normalità, ma ormai dovuta al tempo che passa inesorabile e che richiede interventi coordinati, preordinati, sinergici, pianificati da una regia nazionale attenta e competente, disposta ad investire nel medio/lungo periodo con interventi anche impopolari. Dobbiamo renderci conto che la narrazione e la retorica che hanno reso iconico nel mondo il Bel Paese, il paesaggio toscano, il buon cibo italiano, Michelangelo e Raffaello, il parmigiano, il Colosseo e i mille e mille altri sogni che ogni giorno vendiamo per poco a miliardi di persone, potrebbero non funzionare più, non essere più percepite come un valore aggiunto, una volta appoggiate sul piatto di una bilancia che abbia sull’altro anche la dura, spietata realtà fatta di insicurezze, di mancate garanzie, di rischi eccessivamente alti.
Dobbiamo smetterla di rifugiarci nei nostri sogni di gloria imperitura, in una narrazione che sempre più spesso viene distrutta dai brucianti schiaffi di una dura realtà. Ritrovare una comunità di intenti davvero nazionale, che non ha nulla a che vedere con il “sovranismo”, che invece ci rinchiude e peggiora le nostre opportunità, ma che, al contrario, invece ci faccia assumere responsabilità e scelte innovative e lungimiranti. Investire in sicurezza ambientale e sociale non dev’essere più lasciato a politiche residuali, ma un impegno personale. Cura del territorio, verifiche serie ed approfondite, investimenti nella casa e nell’imprenditoria. Meno telefonini di ultima generazione e più investimenti familiari nella cura del proprio patrimonio immobiliare.
La vulgata che tante volte viene ripetuta come un mantra, del: “potremmo essere ricchi a palate se solo investissimo seriamente nel turismo, e non avremmo bisogno di fare altro” non mi ha mai convinto, perché un grande e complesso Paese non può vivere facendo il cameriere al mondo intero. Ma se non prendiamo sul serio la realtà che sempre più spesso ci viene sbattuta in faccia, potremmo avere, un giorno non lontano, ben pochi clienti da servire.
(Rubrica Dai Lettori – Paolo Menchetti)
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 15 dicembre 2019







