MUGELLO – Eutanasia. Qualche anno fa era parola inaccettabile per molti. Adesso stiamo procedendo verso l’introduzione del diritto di morire e di dare la morte, senza troppi clamori. Ancora una volta la chiave è il diritto di scelta, la libertà di scegliere.
E si odono troppe grida di giubilo, come se qualcuno avesse vinto chissà che cosa. La vittoria contro cosa? La libertà contro l’oscurantismo? Queste, sì, sono davvero idiozie.
Qui la materia è comunque drammatica: si ragiona di vita e di morte, e di esperienze intrise di sofferenza. Per questo ci vuole il pudore del giudizio, la coscienza di star mettendo le mani su un tema fondamentale.
E’ lecito lasciarsi morire? E’ lecito aiutare qualcuno a togliersi la vita? E ancora: la scelta di darsi la morte, in condizioni di sofferenza estrema, o di turbamento psichico è davvero una scelta libera? Non solo: alla fine non entreranno in gioco fattori economici e l’esigenza di eliminare chi ormai non è più produttivo ed è soltanto un costo per la società? Peggio: gli anziani e i malati incurabili non saranno sempre più gravati dalla sensazione di essere soltanto un peso per le proprie famiglie, e per la società intera? Già adesso tanti di loro lo dicono. Ma se sapessero che “si può”, che basta una puntura?
Non è questione di per sé religiosa. Ma attiene all’umanità. Riguarda il “Giuramento di Ippocrate” dei medici, chiamati a operare per salvare le vite e non per dare la morte. Riguarda il principio del valore assoluto della persona umana. Quel principio sul quale si reggono tutti i diritti inviolabili dell’uomo. Quel principio che è l’architrave di ogni società che miri alla pace, alla giustizia sociale. Nel momento in cui si iniziano a fare eccezioni -e a giustificare la soppressione del diverso, dell’improduttivo, del nemico-, l’impalcatura, progressivamente, crolla.
E’ un’impalcatura impregnata di cristianesimo. E la sensazione che taluni sostenitori di quei “diritti civili” che altro non sono che lesioni al diritto alla vita, siano mossi soprattutto dal desiderio di “prendersi la rivincita” col cristianesimo, di farne saltare le fondamenta, in una guerra ideologica continua e progressiva, che usa in modo cinico i cosiddetti “casi pietosi”, è una sensazione acre e fondata.
Ma non basta dire no al diritto alla “buona morte”, che pure ha motivazioni forti che possono accomunare credenti e non credenti. Occorre rafforzare e normare un impegno serio per la dignità della vita e per la dignità della morte. Molti di noi hanno sperimentato in questi anni l’accompagnamento prezioso e umanissimo dei medici dell’ospedale di Borgo San Lorenzo addetti alle cure palliative. Un equilibrio può essere trovato, evitando ogni accanimento terapeutico, ma facendo sì che la soglia della morte sia varcata sempre in modo naturale e umano. Senza forzature, senza strappi, senza artifici.
Perché sarebbe davvero un grave errore illudersi che sofferenza e morte possano essere obliterati. Sono parte della vita dell’uomo, e senza di essi -se fosse possibile e non lo è- saremmo meno uomini. Perché la sofferenza genera solidarietà, insegna a crescere, la sofferenza e l’esperienza della morte incidono sulle nostre vite.
Per questo occorre grande rispetto. Rispetto anche per chi non ce la fa, per chi si fa travolgere dal dolore e dalla disperazione. Ma rispetto non significa aprire la strada al “diritto alla morte”, è tutt’altra cosa. E confondere i piani rischia di fare molto, molto male.
Paolo Guidotti
(foto Toscana Oggi)
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 27 settembre 2019



