BARBERINO DI MUGELLO – Nell’album delle foto di famiglia, nelle primissime pagine, svetta l’immagine di un papero giallo con un bambino vestito di giallo in groppa. Il bambino sono io, lo sfondo il ponte di Bilancino con la scritta a pennello ‘Forza Gastone’. Foto dell’agosto 1960: fiumana di gente, due damigiane di vino appoggiate alla porta di casa (lì abitavano i Nencini), sindaco con tanto di fascia tricolore ad accogliere il vincitore del Tour.
Se ne contavano appena quattro, allora, di italiani primi a Parigi. Il leggendario Bottecchia, gli inarrivabili Bartali e Coppi. Nencini.
Che anno, il ’60. Si innamora, nasce suo figlio, secondo al Giro per mezza lancetta (28″, un distacco di 600 metri da Anquetil dopo aver cavalcato 4.000 chilometri) e finalmente re al Parco dei Principi.
La storia sportiva di Gastone si legge tutta nei soprannomi affibbiati dai giornalisti e dai tifosi. Una tappa nella vita a due ruote, un nome nuovo, un altro battesimo.
Si parte con ‘Leone del Mugello’. Certo, viene da qui, lotta, si batte, vince a modo suo. Un leone, appunto, quando Guido Boni, mugellano di Vicchio e suo antagonista tra i dilettanti, entra nella cronaca con l’appellativo di ‘Angelo biondo’.
Accanto al leone, a carriera iniziata, spunta ‘Mistero’. Già, Gastone misura le parole, parla poco, si nega alla stampa. Interviste misurate, una parola un sospiro, peggio che dal dentista. Carattere, ma c’è dell’altro. Rispetto. Rispetto per la fatica, per la polvere che respiri sulle strade sterrate, per il privilegio che non ostenti proprio perché sei un campione. Poi viene la Francia. Il Tour è pura leggenda, Paolo Conte gli ha dedicato versi e note emozionanti, l’ha scritto anche Hemingway: la corsa più bella del mondo. Del mondo, hai capito. Chi la vince entra a vele spiegate nell’Olimpo, per sempre, più di una medaglia olimpica, più di una 24 ore di Le Mans.
È a Parigi che Gastone diventa ‘Nuvola Gialla’. Come un capo indiano che ha difeso la sua riserva dall’attacco dei cavalleggeri americani. Con dignità, con onore, vestendo i colori della nazionale italiana. Chiedi ai minatori abruzzesi, molisani, calabresi che inneggiano a Gastone. È lui il riscatto per le offese subite, per le angherie riservate ai migranti con le toppe al culo. A dire il vero, i giornalisti d’Oltralpe, visto che l’uomo ha un bel fisico e un volto da attore americano, lo ribattezzano anche con un ‘Costaud de Florence’. Il fusto di Firenze. Appellativo da rotocalchi rosa, la prova che il Tour è un evento speciale, sport e spettacolo. Un evento tanto speciale che il presidente De Gaulle, nel mirino di generali e coloni che si opponevano all’indipendenza algerina, allora francese, giudicò opportuno sfidarli scendendo tra la folla per stringere la mano all’uomo in giallo. Così, senza scorta, un tuffo nel popolo.
Parigi ricorderà Gastone al Tour di quest’anno, a sessant’anni tondi dalla vittoria, a quarant’anni dalla sua scomparsa. Morì giovane, Gastone, non ancora cinquantenne. Un tumore che ancora non si debellava.
Gli anni con lo zero finale. Meravigliosi e drammatici.
Riccardo Nencini



