
FIRENZUOLA – Domenica 11 ottobre 2026, nei giardini di via Montessori a Firenzuola, all’interno della manifestazione “Dal Bosco e Dalla Pietra 2026 (articolo qui)”, si è tenuta l’importante inaugurazione del “Giardino dei Giusti tra le Nazioni” (articolo qui). Si è trattato di un atto istituzionale e umano dal significato profondo per l’intera comunità. Uno spazio pubblico dedicato alla memoria viva, volto a incidere per sempre nella pietra i nomi di coloro che, durante gli anni più bui della persecuzione nazi-fascista, scelsero di non voltarsi dall’altra parte.
Il giardino custodisce e tramanda la memoria di Armando Matti, Clementina Angeli, Pietro Angeli, Dina Rossetti e di Don Leto Casini. Gente della montagna fiorentina che, a rischio della propria vita e di quella dei propri cari, strappò degli ebrei ad un destino di morte certa. Ha detto il sindaco Giampaolo Buti: “Ricordiamo cittadini di Firenzuola che compirono la scelta di nascondere e salvare una famiglia ebraica, gli Smulevich. Con loro onoriamo la memoria luminosa di Don Leto Casini, un parroco che ha fatto del Vangelo uno scudo per proteggere i perseguitati. Queste persone non fecero grandi discorsi: davanti alla sofferenza di altri esseri umani, presero la decisione più naturale e allo stesso tempo quella più difficile”.
L’evento ha avuto la partecipazione di tanti cittadini, di autorità — tra cui il consigliere regionale Matteo Zoppini — e dei rappresentanti delle famiglie coinvolte, in particolare di Pellegrina Angeli, Ermanno Smulevich e Ruben Lopes Pegna.

Il sindaco Buti ha detto nella conclusione del suo intervento: “Questo giardino lo dedichiamo soprattutto ai nostri ragazzi e alle future generazioni. Non è solo un luogo per ricordare il passato, ma uno spazio per riflettere sul presente. Vorrei che ogni bambino, ogni ragazzo e ogni cittadino che passerà da qui, guardando queste targhe, possa farsi una domanda: ‘Di fronte all’ingiustizia, io da che parte voglio stare?’. La risposta che ci hanno lasciato i nostri giusti è limpida: dalla parte dell’umanità. A nome di tutta la comunità, voglio rivolgere un grazie profondo e commosso alle famiglie di questi cittadini per aver custodito e tramandato le loro storie. Questo giardino ora appartiene a tutti noi: curiamolo, rispettiamolo, preserviamolo e facciamo vivere il loro esempio ogni giorno. Volevo ringraziare quelli che hanno collaborato per la realizzazione della targa e della stele, soprattutto la ditta Calamini che ha collaborato per questa realizzazione.”
Di seguito si pubblicano le parole pronunciate durante le commemorazioni da parte di Smulevich e di Pegna, come documenti di testimonianza.
L’intervento di Ermanno Smulevich
A nome mio e di tutta la mia famiglia, grazie all’amministrazione comunale di Firenzuola per aver scelto di dedicare questo giardino ai Giusti tra le Nazioni di questa terra. Grazie in particolare al Sindaco Giampaolo Buti e ad Elena Sozzi, che hanno sostenuto questo progetto con entusiasmo fin dall’inizio, e ringrazio anch’io la ditta Calamini, l’architetto Paoletti e i tanti altri che hanno collaborato al successo di questa iniziativa.
Se oggi sono qui, è perché ottant’anni fa due famiglie di Firenzuola — i Matti e gli Angeli — e un sacerdote nato a Cornacchiaia, Don Leto Casini, rischiarono la vita per i miei familiari. Era il momento della loro massima disperazione: in Italia si era aperta la caccia agli ebrei per deportarli nei campi della morte.
Subito dopo l’8 settembre del 1943, mio padre Armando, mia zia Esther, i miei nonni paterni ed i cugini fuggirono ed arrivano qui a Firenzuola. I Matti e gli Angeli li accolsero in casa e li nascosero, sapendo che cosa rischiavano. Salvarono loro la vita, dimostrando dote eccelsa di umanità, di carità e di compassione.
Da bambini, nostro padre ci parlava di quelle famiglie, ma solo per sommi capi, qualche aneddoto. Ricordo che alla fine degli anni ’50 noi si veniva qui a Firenzuola in occasione della Pasqua cattolica a salutare Don Renato e il resto della famiglia, e poi lui veniva da noi in occasione della Pasqua ebraica a trovare i miei nonni.
Poi, uno dopo l’altro, è inevitabile: tutti gli attori di questa vicenda pian piano se ne vanno. Ma io e mia sorella, noi figli, non abbiamo mai dimenticato i loro nomi: Clementina Matti, Armando Matti, Don Renato, Pietrino Angeli e tutti gli altri. Per noi erano diventati come un mito.
Nel 2017, 15 anni dopo la morte di nostro padre, mia sorella Giulietta scopre in fondo a un armadio i diari di mio padre che aveva scritto giorno per giorno in tempo di guerra. Li abbiamo pubblicati in un libro che ho curato con il compianto professor Ardiccioni (articolo qui) e con qui presente la professoressa Rosanna Marcato. Da quelle pagine è emerso in dettaglio ciò che avevano fatto le persone che lo avevano salvato. Ed è grazie a quella testimonianza che nel 2021 Armando e Clementina Matti, Pietro Angeli e Dina Rossetti sono stati riconosciuti Giusti tra le Nazioni.
E poi c’è Don Leto Casini. Negli anni della guerra era parroco — io l’ho conosciuto — a Firenzuola, una persona di una modestia incredibile. Nell’ottobre del ’43, su incarico del Cardinale di Firenze Elia Dalla Costa, organizzò con alcuni membri della comunità ebraica e del clero fiorentino una rete clandestina di soccorso. Madri superiori e padri guardiani aprirono le porte di una ventina di conventi a Firenze e dintorni per nascondere gli ebrei: un esempio straordinario di carità cristiana. In uno di quei conventi trovarono rifugio mia nonna materna, mia zia e mia madre, che avrebbero conosciuto mio padre nel dopoguerra.
Senza i giusti di Firenzuola e senza Don Leto, io oggi non sarei qui a parlarvi. Don Leto fu arrestato due volte dai fascisti e ambedue le volte fu poi rilasciato; nonostante i rischi enormi, riprese la sua opera fino alla Liberazione. La sua umanità e la sua modesta incredibili si capiscono da come racconta il secondo arresto nel libro “Ricordi di un vecchio prete”, recentemente edito, che vale la pena di leggere. Fu portato alla Casa del Fascio in via dei Servi e venne riempito di botte, ma lui il dolore quasi non lo sentiva. Aveva un pensiero solo in tasca: un foglio con i nomi e gli indirizzi delle persone che stava aiutando. Se lo avessero perquisito fino alla fine, sarebbe stato il peggio per tutti loro. Mentre picchiano il suo compagno, si tirò il mantello sopra la testa, finse di singhiozzare, strappò il foglio e lo inghiottì, pezzetto dopo pezzetto; riuscito nell’intento, ne rise e quella risata gli costò un’altra dose di legnate.
Queste sono parole testuali di Don Leto: “Così si concluse la mia missione di assistenza a quella piccola porzione di discendenti del sangue di Abramo: non potranno dire che non li ho amati. Gli ultimi li ho introdotti così vicino al mio cuore”.
Ecco chi erano i nostri giusti. Ricordarli oggi non è retorica, non è archeologia della memoria: è un’urgenza del presente. Le ferite del mondo sembrano riaprirsi, soffiano di nuovo venti di guerra, di intolleranza e di egoismo, e la lezione dei montanari di Firenzuola ci ricorda che democrazia, libertà e diritti umani non sono conquiste per sempre: sono piante fragili che ogni giorno chiedono il coraggio di essere difese.
Quei contadini, quei carbonai, quelle persone semplici ci hanno insegnato che la umanità si misura così: nella capacità di scegliere la parte giusta quando tutto il mondo intorno crolla. Oggi il nostro cuore sanguina per le tragedie che vediamo ogni giorno, al di là del Mediterraneo e qui nella nostra Europa; ci sembrano giustamente più urgenti, ma proprio per questo serve essere qui a ricordare storie di ottant’anni fa, non solo per onorare il coraggio di chi salvò delle vite, ma per riconoscerci in quella generazione — i nostri genitori, i nostri nonni, per alcuni di voi bisnonni — persone come noi, la cui storia però ci sembra lontana, difficile da comprendere.
Se invece comprendiamo e capiamo quanto invece ci è vicina e prendiamo da quei giorni qualcosa che ci serve oggi, allora il senso del fare memoria diventa chiaro. Pensiamo solo ai giornali che annunciavano le leggi razziali, che facevano di chi aveva un’altra religione od un diverso credo, persona da incarcerare, da spogliare dei beni, della dignità, dei diritti civili. Oggi ci sembra inconcepibile: come potevano i nostri nonni accettarlo? La risposta è semplice e terribile: allora non sembrava ingiusto.
La propaganda del regime, l’indottrinamento nelle scuole fin dalla più tenera età, poche fonti di informazione — i giornali e la radio — rendevano legittimo e normale l’abbominevole. Così persone uguali a noi accettarono di vivere in un’Europa che faceva della diversità un crimine. E potrebbe succedere di nuovo. Non mi preoccupano soltanto l’antisemitismo che rialza la testa e le svastiche che qualche volta ricompaiono: mi preoccupa ciò che oggi a qualcuno sembra così scontato, come allora sembrava scontato odiare gli ebrei accusandoli di ogni colpa.
Penso al disagio che qualcuno ancora prova oggi incrociando donne e uomini arrivati da paesi lontani in cerca di lavoro e di una vita migliore: quel riflesso automatico che li fa vedere come diversi, come persone che possono spaventare. E le parole lette e ascoltate che fanno leva proprio su questi sentimenti grossolani: è così che nascono gli stereotipi, è così che cresce il razzismo, e questi meccanismi sono ancora presenti in alcuni, in noi — spero pochi – ma esistono.
Oggi, tra radio, televisione, internet, social, abbiamo più strumenti per distinguere i fatti dalla propaganda e dalle fake news, ma è anche più difficile orientarsi: le informazioni sono moltissime e spesso si contraddicono, e ahimè, specialmente i più giovani, con gli occhi fissi sul telefonino, perdono l’abitudine di leggere un giornale, di soffermarsi a riflettere. Ci accontentiamo di letture fugaci.
La nostra responsabilità è quindi più grande, soprattutto quella dei giovani che si affacciano al mondo. È indispensabile usare la testa, la propria testa per approfondire, per conservare umanità, lucidità e soprattutto capacità di giudizio critico. Noi che viviamo vicini alle guerre, ma siamo per fortuna lontani dalle bombe, dalle stragi, dagli attentati, dal abbiamo un dovere: comprendere l’altro, riconoscerne il dolore, i diritti, la dignità. Ottant’anni fa la nostra società si trasformò in un luogo di barbarie. Erano i nostri nonni, erano come noi; quello che è successo a loro può succedere anche a noi se non stiamo attenti.
Non lasciamoci ammaliare dai fomentatori d’odio e dai cattivi maestri: con slogan semplici e violenti ci spiegano la realtà che invece è sempre complessa, ci indicano un nemico, un capro espiatorio su cui sfogare le nostre frustrazioni. Ed è più facile trovare un nemico se prima lo si disumanizza: chi smette di essere una persona diventa un bersaglio. Le dittature e le ideologie che seminano odio usano sempre gli stessi meccanismi: alimentano ingiustizie, approfittando del disagio sociale. E ci sarà sempre un altro da odiare: una volta tocca agli ebrei, una volta ai musulmani, ai migranti, agli omosessuali, ai poveri e così via. Si troverà sempre qualcuno su cui infierire per difendere privilegi e diseguaglianze.
Conoscere il passato e la storia è l’unico antidoto, l’unico modo per acquisire consapevolezza e impedire che simili aberrationi si ripetano. Tocca a noi, alle famiglie, agli insegnanti, educare i giovani a questo, perché alla radice del male c’è l’indifferenza. Quando pensiamo che qualcosa non ci riguardi, tutto diventa possibile: è lì che comincia l’orrore.
Ottant’anni fa, nella notte della ragione, tanti aderirono a regimi crudeli e criminali; tanti altri, moltissimi, rimasero indifferenti. Solo una esigua minoranza dimenticò la propria umanità e non si voltò dall’altra parte, accogliendo e rischiando la vita per salvare quegli altri. Ci hanno insegnato che l’indifferenza è la prima alleata della barbarie: a questo serve ricordare.
Noi discendenti dei salvati sentiamo un legame profondo con Firenzuola e un debito di riconoscenza che non si estinguerà mai. Per questo abbiamo voluto donare la stele che tra poco sarà scoperta: perché i loro nomi non vengono dimenticati. Inaugurando questo giardino dei giusti dedicato ad Armando e Clementina Matti, a Pietro Angeli, a Dina Rossetti e Don Leto Casini, diamo alla nostra gratitudine una forma visibile e duratura.
Sulla stele è rappresentato l’albero della vita: è un ulivo, simbolo universale di pace, e racconta questo legame. Le radici che affondano in questa terra di pace e generosa sono il coraggio silenzioso dei nostri giusti. La linfa che sale nel tronco è la memoria che non si spegne. Le foglie, i frutti, gli ulivi siamo noi, i discendenti dei salvati e chi verrà dopo di noi. La vita che continua.
Coltivare la memoria dei giusti di Firenzuola significa impegnarsi a essere anche oggi costruttori di punti e non di muri, significa educare le nuove generazioni alla solidarietà attiva, alla giustizia e alla pace. Su questa stele il passato e il presente si stringono la mano e ci ricordano che finché sapremo custodire la memoria di quell’umanità coraggiosa, il sacrificio di chi ha sofferto e lottato su queste montagne non sarà mai vano. Ai familiari dei Matti e degli Angeli qui presenti oggi, grazie.
Viva Firenzuola, terra di giusti, di accoglienza e di solidarietà.
L’intervento di Ruben Lopes Pegna
Saluto e ringrazio il Sindaco di Firenzuola Giampaolo Buti e la signora Elena Sozzi, oltre a tutto il consiglio comunale. Saluto, naturalmente, i discendenti delle famiglie Matti, Angeli e tutti voi che siete qui presenti. Io sono il maggiore dei due figli della più giovane delle persone salvate dalle famiglie Angeli e Matti.
Mia mamma Esther era una ragazzina che ancora non aveva compiuto 17 anni quando con la sua famiglia venne qui a Firenzuola nell’autunno del 1943. Quando ero piccolo, i miei genitori mi hanno raccontato con estrema delicatezza le esperienze da loro vissute durante la Seconda Guerra Mondiale. Poi, quando avevo sei anni e Don Renato Matti venne a trovare i miei nonni, la mamma mi spiegò che lui, insieme alla sua famiglia, aveva salvato lei e tutta la famiglia Smulevich, senza entrare però ma in particolari. La storia dettagliata dei mesi trascorsi a Firenzuola la venni a sapere dalla mamma quando avevo 8 o 9 anni. La mamma, però, tralasciò di raccontarmi molte cose, quelle che un bambino di quell’età avrebbe potuto creare dei turbamenti. E così molti avvenimenti anche importanti gli ho appresi leggendo il libro su Matti e Angeli. Il diario dello zio, il papà della Giulietta e di Ermanno, Alessandro Smulevich.
La mamma, comunque, mi ha sempre raccontato del coraggio, ma anche della grande umanità delle famiglie Matti e Angeli, che avevano messo a rischio le loro vite e quelle dei loro familiari per salvare degli sconosciuti. Sono state persone davvero straordinarie quelle che hanno salvato la mamma e la sua famiglia, con coraggio e altruismo, quello che è mancato in quegli anni terribili a tanta gente.
Vendere un ebreo ai fascisti per farlo deportare nei campi di sterminio era un mestiere purtroppo in voga in Italia dopo l’occupazione nazista, a partire da settembre del 1943. Insomma, fare la spia e dire alle autorità fasciste che, ad esempio, i vicini di casa erano ebrei, faceva guadagnare cifre considerevoli.
Secondo un tariffario non ufficiale, naturalmente, per ogni ebreo uomo catturato venivano pagate 5.000 lire, per ogni donna 3.000 e per ogni bambino 1.500. Se pensiamo che c’era una canzone che in quelli anni andava per la maggiore e il cui ritornello era “Se potessi avere mille lire al mese”, si capisce bene che si trattava di somme molto elevate.
Anche per questo è ancora più meritorio ricordare il coraggio che le famiglie Matti e Angeli, che oltre a mettere a repentaglio le loro vite e quelle dei loro cari, nascondendo in casa cinque persone ebree per amore del prossimo, rinunciavano a possibili e facili guadagni.
Dal 2021 Armando e Clementina Matti, Pietro e Dina Angeli sono Giusti tra le Nazioni, ma per me sono degli eroi, degli autentici eroi. Non finirò mai di ringraziare i loro discendenti, perché se io oggi sono qui è per merito esclusivo dei loro familiari.
Non tutti gli italiani per fortuna sono stati dei delatori; a onor del vero quelli sono stati una minima parte. La maggioranza però in quegli anni terribili si girava dall’altra parte, non faceva niente quando furono emanate le leggi razziste che discriminarono gli ebrei nel 1938 e neppure quando, con l’occupazione dell’Italia da parte dei tedeschi nel 1943, iniziarono le deportazioni verso i campi di sterminio.
Il tutto avveniva tra l’indifferenza della gente, come sostiene da sempre la senatrice Liliana Segre, un esempio per tutti noi: la senatrice deportata ad Auschwitz tredicenne, insieme al padre che purtroppo non ce la fece a sopravvivere, anche oggi, a 96 anni, continua a ricevere insulti e minacce. Lei, che è una delle ultime preziose testimoni dell’Olocausto, anche da qui oggi la voglio ringraziare.
Tra i Giusti tra le Nazioni di Firenzuola desidero naturalmente ricordare Don Leto Casini, le cui gesta mi furono raccontate per la prima volta da Giorgio La Pira, mio professore di Istituzioni di Diritto Romano alla facoltà di Giurisprudenza a Firenze e uomo di pace.
La Pira — già padre costituente, sindaco di Firenze e parlamentare nelle file della Democrazia Cristiana — in diversi incontri privati mi spiegò il ruolo fondamentale avuto da Don Leto Casini nel salvataggio degli ebrei a Firenze. Alcune volte ci riuscì in maniera rocambolesca e con grandi peripezie, mettendo comunque sempre a rischio la propria vita. I racconti del professor La Pira, uomo integerrimo, collaboratore di Don Leto Casini, restano indelebili nella mia memoria a distanza di oltre mezzo secolo.
Testimoniare e ricordare sono un dovere per tutti noi che siamo discendenti delle persone scampate all’Olocausto, grazie al coraggio di chi non si è girato dall’altra parte come le famiglie Matti e Angeli. Ed è per questo che con i miei cugini Ermanno e Giulietta e con mio fratello Massimo abbiamo voluto donare questa stele alla città di Firenzuola, così i giovani che verranno in questo giardino potranno conoscere il bene che hanno fatto alcuni dei loro concittadini.
La mamma aveva sempre in mente i suoi salvatori, anche se negli ultimi anni della sua vita aveva perso ogni contatto con loro, però li ricordava spesso. Lo dimostra la lettera consegnata a Leo Temin, allora consigliere della comunità ebraica di Firenze, in occasione della sua partecipazione a Firenzuola ad una manifestazione per la Giornata della Memoria nel gennaio del 2005.
Leo me ne parlò all’uscita del tempio nella settimana di lutto stretto che noi ebrei osserviamo quando se ne va uno caro. E la mamma, era il giugno del 2016, se n’era andata da pochi giorni. Io non sapevo niente di quella lettera, ma la cosa non mi sorprese affatto. Anzi, sono contento che quella lettera sia stata allegata tra i documenti inviati allo Yad Vashem (l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah), per ottenere l’onorificenza di Giusti tra le Nazioni per le famiglie Matti e Angeli.
La lettera è conservata tra l’altro negli archivi del Comune di Firenzuola. Vado a leggere alcuni frasi di quella lettera, riportate anche nel libro Matti e Angeli:
“Trovammo rifugio a Firenzuola — dice la mamma — dove fummo ospitati con grande coraggio dalla famiglia Matti, che era numerosa, con tanti figli, uno dei quali in seguito divenne sacerdote, Don Matti. A distanza di oltre 60 anni da quei giorni inclementi, voglio ricordarli tutti con riconoscimento, affetto e commozione per averci salvato la vita”.
Poche e semplici parole che dicono tutto. Nel mio archivio personale ho trovato la brutta copia di quella lettera, nella quale la mamma aggiunge una frase che non compare nel testo originale. Ve la leggo con grande commozione: “Se c’è ancora qualcuno della famiglia Matti, vorrei che gli arrivasse questo mio commosso messaggio per perpetua riconoscenza”. Grazie a tutti
Fabrizio Nazio
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 12 Ottobre 2026




