SCARPERIA E SAN PIERO – Sono già passati oltre tre mesi da quel sabato di settembre, quando Don Daniele Centorbi ha fatto il suo ingresso a San Piero a Sieve come pievano della Parrocchia di San Pietro e amministratore parrocchiale di Santo Stefano a Campomigliaio.
Alcuni hanno avuto modo di conoscerlo più da vicino in qualche iniziativa parrocchiale, tanti hanno partecipato alle celebrazioni liturgiche che tornano a popolarsi, pur nel rispetto dei limiti imposti dalla pandemia. Ma la sua presenza è divenuta familiare anche per le vie del paese, per il modo semplice e familiare che ha nell’ entrare in relazione con chi incontra.
A poco più di cento giorni dal suo arrivo a San Piero, la settimana prima di Natale, lo incontriamo nei locali della canonica, per una chiacchierata in libertà, quasi una sorta presentazione personale alla comunità che lo ha accolto.
Allora Don Daniele, partiamo dalle note biografiche Nato a Castelfiorentino il 5 giugno 1982, sono tra quelli che hanno fatto 18 anni nel 2000, anno bellissimo per me, con il pellegrinaggio a piedi a Roma in occasione del Grande Giubileo e ricco di tante altre belle esperienze significative per la mia vita. Profondamente legato alla Toscana, in famiglia ho respirato tradizioni e costumi di altre zone d’Italia. I nonni materni, infatti, vengono dalle Marche, lasciate a fine anni Cinquanta alla volta delle campagne di Certaldo; quelli paterni, che mi hanno cresciuto, sono invece originari della Sicilia, da dove sono arrivati a Castelfiorentino nel secondo dopoguerra. Da loro credo di aver ereditato la parte passionale del mio carattere, temperata dalla calma e dalla tranquillità del lavoratore marchigiano.
Che condividi con un fratello minore Sì, ho un fratello, violinista e direttore d’orchestra, che ha sei anni meno di me e si è sposato questa estate. Io, meno artista di lui, completati gli studi da geometra, mi sono iscritto ad Ingegneria ed ho iniziato il tirocinio presso uno studio tecnico. Ma, al momento di iscrivermi all’albo, mi sono reso conto che Qualcuno aveva pensato a me per altri progetti.
Arriveremo anche a parlare della tua vocazione. Ma prima dicci qualcosa dei tuoi interessi, di un pregio e di un difetto che ti riconosci Appassionato della Fiorentina (molto!), ho giocato dodici anni a tennis a buoni livelli. Perciò guardo con una certa nostalgia, dalla finestra della sacrestia, il vecchio campo da tennis in disuso. Chissà che non possa tornare proprio lì, in futuro, a impugnare la racchetta…
Tra i pregi del carattere credo di avere una buona capacità di entrare in relazione con le persone. Dal punto di vista della vita cristiana mi si riconosce una certa fede, anzi, meglio, una fede certa, nel senso che credo veramente in ciò che sono chiamato a testimoniare nella mia vita di prete.
Quanto ai difetti, direi che non sempre so calibrare le mie energie e a volte non riesco a mettermi un freno nelle attività. Insomma, rischio di strafare…
Delirio di onnipotenza, direbbe l’Onnipotente! Verifichiamo allora le tue conoscenze: escludendo Bibbia, film religiosi e canti liturgici, puoi dirci un tuo libro, un tuo film e una tua canzone preferiti? Mi piace leggere, anche se devo vincere un certa pigrizia e rompere il ghiaccio delle prime pagine. Di recente ho letto molto Guareschi, le divertenti vicende dei suoi indimenticabili Don Camillo e Beppone. Ma il libro che mi è più caro è una lettura spirituale, alla quale sono molto affezionato. L’ho letto già tre volte ed è stato importante nella maturazione della mia scelta di fede: “Piedi di cerva sulle alte vette” di Hannah Hurnard. Forse un titolo poco noto, ma che consiglio vivamente a chiunque sia in un cammino di ricerca. Quanto ai film non ho dubbi: la saga del Signore degli Anelli, su tutti! Invece mi rimane difficile scegliere la canzone preferita. Amo la musica e ne ascolto generi diversi: spazio dalla musica classica, per contaminazione fraterna, all’opera, che mi affascina; ma apprezzo anche la musica leggera – in famiglia sono cresciuto a pane e Pooh! – ed i cantautori italiani. Se dovessi fare una classifica in base ai cd che ho in casa, molti autori di musica classica, e quanti ai cantautori, Branduardi e Battiato tra i primi. Comunque la musica che mi apre l’anima è la colonna sonora del film “Mission”, scritta da Ennio Morricone. In particolare il celeberrimo brano Gabriel’s Oboe, che tante volte ho chiesto a mio fratello di eseguire per me al violino.
Altre passioni? Quando ho più tempo mi piace camminare. Non come semplice esercizio fisico, ma per la possibilità di ammirare le bellezze del creato, gustare quello che è intorno a me e, se non sono da solo, la compagnia di chi mi sta accanto. Perciò che grazia essere arrivato qui in Mugello, dove bastano pochi minuti per imboccare un sentiero, immergersi nella pace di un bosco e godere di panorami spettacolari. Esperienze che metto a confronto solo con certe passeggiate al tramonto sulla spiaggia, momenti di vera pace per me.
Un altro divertimento è quello di distrarmi guardando un “giallino” (quelle serie tv poliziesche, americane e non, alla NCIS per intendersi) o qualche buon film dalla mia ben fornita collezione di dvd.
Ma come nei miglior film, nella vita del giovane Daniele Centorbi, aspirante ingegnere, ad un certo punto arriva il colpo di scena che cambia radicalmente il senso della storia. Come è accaduto? Il mio percorso verso il sacerdozio è stato molto semplice. Tant’è che durante la mia formazione in seminario un giorno andai dal mio padre spirituale e, un po’ preoccupato di tutta questa normalità, gli chiesi: “Quello ha avuto una visione, quell’altro la “megaconversione” e io nulla…” “Ringrazia Iddio se con te il Padreterno ha fatto meno fatica!” mi rispose ridendo.
Battute a parte, la mia vocazione, come tutte le vocazioni, nasce con me.
Non vengo da una famiglia particolarmente legata alla Chiesa, di collaboratori stretti. Ho però avuto genitori e nonni che mi hanno amato. Una famiglia dove si è sempre respirata una fede semplice: un segno di croce quando ci si metteva in viaggio (anche per proteggerci dalla guida un po’ spericolata del nonno!); un candela accesa in ricordo dei nostri morti; una preghiera detta in un momento di necessità.
Nella parrocchia, poi, ho trovato un luogo dove mi sono sentito accolto. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare conoscendomi oggi, sono stato un bambino, poi ragazzo e adolescente, timido, introverso e un po’ impacciato. Nella parrocchia di Santa Verdiana a Castelfiorentino, ho trovato l’ambiente favorevole per sentirmi valorizzato e fiorire. In particolare grazie alla figura di un cappellano, che mi sollecitava con continue proposte: da una banale consegna delle buste alla Messa, alla partecipazione ai campi scuola, dalla richiesta fare l’animatore a quella di essere catechista. E ancora: esperienze di carità alla casa di riposo, pellegrinaggi con l’U.N.I.T.A.L.S.I., fino al grande pellegrinaggio a piedi a Roma nel 2000, a cui ho già accennato.
In tutto questo crescevo e sentivo di stare bene.
Così, finite le superiori e diplomato geometra, già fidanzato con una ragazza del paese, scelgo la facoltà di ingegneria. Ma, dopo qualche tempo, sento che, pur avendo tutto, con vari progetti avviati per il mio futuro, vivo un momento di inquietudine interiore. Quello che avevo non mi bastava.
E lì è scattato qualcosa. Sono passato dal dire “questo è ciò che ho in mente per la mia vita. Ci metti la tua firma, Dio?”, a pensare “sperimento il senso di qualcosa che mi manca e mi accorgo di stare bene con te, Signore. Dunque, dimmi qual è il tuo progetto su di me e vediamo se ci metto la firma io”.
E, poco alla volta, quel progetto si è chiarito Proprio così. Tornato single, ho iniziato un percorso di discernimento spirituale e dopo un anno di riflessione sono arrivato ad avere una nuova consapevolezza: quella di vedermi più al posto di uno dei miei preti, che come marito e babbo. Quando mi sono reso conto di questo, mi sono anche accorto, con stupore, che tutti gli altri, a partire dal mio padre spirituale, lo avevano capito da tempo.
Dopo qualche mese di una ulteriore riflessione suggeritami, passata la primavera del 2004 – nella quale ricordo di essere stato molto colpito dall’uscita del film “The Passion”- all’inizio dell’estate, dopo il venticinquesimo anniversario di matrimonio dei miei genitori, ho dato loro la notizia della mia decisione di entrare in seminario.
All’inizio, come è naturale che sia quando gli altri devono condividere l’autenticità della tua vocazione, hanno fatto un po’ di fatica ad accogliere questa mia chiamata. Ma ostacoli e iniziali incomprensioni sono stati un bel banco di prova per verificare la profondità della risposta che stavo dando ad una chiamata che mi avrebbe cambiato la vita.
Per cominciare hai cambiato il corso di studi Sì. A 22 anni, lasciata la facoltà di ingegneria, sono finalmente entrato in seminario. È stata una bella esperienza vissuta in una vera comunità educante e che ho vissuto con i miei genitori a fianco. Con tanti momenti di verifica ed altrettanti segni di conferma. Se dovessi dare un’immagine di quegli anni direi che è stata come la gioiosa salita di un scalinata, dove ogni gradino richiedeva un mio nuovo sì. Ho avuto conferma che di quella proposta di vita mi potevo fidare, che ci avrei “guadagnato”. Allora ho iniziato a sperimentare quel centuplo promesso da Dio a chi “lascia tutto per Lui”.
E quale destinazione ti sei “guadagnato”, dopo essere diventato prete?
Ordinato sacerdote il 1 maggio del 2011 sono stato cappellano a Montelupo – Samminiatello – Camaioni, dove facevo già servizio come diacono. Nella terra della ceramica arrivavo come un pezzo di argilla semilavorato, con una propria forma già abbastanza abbozzata, ma sul quale c’era molto da lavorare di cesello. Sono stati anni in gran parte dedicati al servizio ai malati e ai bambini, in comunione con il parroco, che, giochi della Provvidenza, era proprio quel cappellano che mi aveva seguito negli anni dell’adolescenza a Castelfiorentino.
Questa esperienza di unità tra preti, che ritengo fondamentale, ho avuto la grazia di viverla anche a San Jacopino, la parrocchia fiorentina di mia seconda destinazione, dalla quale provengo.
In città ho trovato tutto un altro contesto. Provenendo da una parrocchia di campagna, paragonabile per tanti aspetti a San Piero a Sieve, sono arrivato nella grande città un po’ spaventato. Anche dalla nuova grande chiesa che, al confronto della precedente, mi sembrava una cattedrale. Mi ha aiutato la dimensione del quartiere e le belle relazioni che ho vissuto nella nuova realtà, nella quale mi è stata affidata principalmente la cura dei giovani, dalle medie all’università.
Con la sorpresa, per di più, di dover tornare allo studio universitario
È stato necessario per potermi dedicare stabilmente anche all’insegnamento, che precedentemente, a Montelupo, avevo rifiutato, non sentendomi ancora all’altezza. Invece, incoraggiato da un’occasione di supplenza per due mesi, ho visto che la cosa funzionava. Così l’anno successivo ho seguito i corsi specializzanti presso la vicina Facoltà Teologica ed ho poi iniziato l’insegnamento della religione cattolica al liceo classico “Galileo”, dove tuttora sono. Cattedra con vista Duomo: non male! Ma, soprattutto, esperienza che mi aiuta a stare vicino ai giovani senza il filtro della parrocchia e mi fa conoscere, dal di dentro, il bellissimo e tormentato mondo della scuola.
E così, di parrocchia in parrocchia, Don Daniele è arrivato a San Piero a Sieve. Con quali programmi? Sentirmi a casa e far sentire la gente a casa con me. Attraverso un ascolto ed una conoscenza reciproca: fondamentale sempre, ma ancora di più in questo difficile tempo di pandemia, segnato da un vuoto di relazioni, che spero sia anche tempo propizio per riscoprire la vicinanza di Dio.
Occasione comune per cercare il Signore, ciascuno dal suo punto di partenza. Io ho una mia storia e delle caratteristiche personali, le due parrocchie che sono chiamato a servire hanno ciascuna la propria storia. Ma è un cammino che dobbiamo fare insieme.
Ciò detto, non mi piace fare programmi precisi. Il rischio sarebbe mettere delle briglie allo Spirito Santo.
C’è qualcuno che ha maggiormente bisogno di accompagnamento in questo cammino? Vedo un grande bisogno di attenzione nei confronti del mondo dei giovani, che non sono il nostro futuro ma il nostro oggi. Inoltre pur avendo trovato comunità in cui si sta bene, ciò significa che non si debba dover crescere nella dimensione di una sempre maggiore comunione. Aperti a quelli che Gesù lo hanno conosciuto solo da lontano o magari lo hanno visto un po’ “offuscato” dalle nostre pochezze.
E tu come hai visto San Piero e questo Mugello, che conoscevi solo da lontano? Quando in estate il Vescovo mi ha detto della mia nuova destinazione, sapevo dove sarei dovuto venire ed ero molto felice perché non conoscevo praticamente niente del Mugello: qualche impressione dai miei compagni di seminario Don Antonio Lari, fino a pochi mesi fa a Borgo San Lorenzo con Don Matteo, e da Don Nicola di Barberino; la festa dei malati con l’ U.N.I.T.A.L.S.I. a settembre al Centro Giovanile del Mugello. Poi, praticamente, tabula rasa.
Questa “colpa originale” non è un segreto, l’ho confessata fin dal primo giorno.
Ma è anche una condizione in qualche modo privilegiata, perché mi rende molto libero, non condizionato da alcun pre-giudizio su situazioni o persone.
Don Luca Carnasciali, che sono venuto a sostituire, e Don Antonio Cigna, suo predecessore, mi hanno dato una infarinatura generale sul paese e le due parrocchie. Ma per me, tre mesi fa, erano realtà tutta da scoprire, di cui ogni giorno che passa conosco aspetti nuovi.
Ho incontrato persone genuine, accoglienti e desiderose di farsi conoscere.
Sono molto contento di essere tornato in una dimensione paesana, per le bellezze naturali e per il clima umano che vi si respira. Ho sentito da parte di tutti, malgrado la mia giovane età, il rispetto che si riconosce al sacerdote mandato come pastore di un popolo.
Di questo voglio ringraziare entrambe le comunità parrocchiali, che fin dal primo giorno ho sentito vicine in tanto modi e con vari gesti di attenzione nei miei confronti.
Come ci congediamo da questa chiacchierata? Mi preme dire, in conclusione, che la Speranza deve rimanere accesa dentro di noi, soprattutto in questi tempi difficili segnati dalla pandemia.
Contro questo grigio con il quale il virus ha colorato le nostre giornate, mi verrebbe da usare le stesse parole che, nel mio film preferito, Gandalf rivolge al demone che sconfigge e getta nelle tenebre:“ Tu non puoi passare”!
Il Signore che è con noi ci assicura che c’è un limite oltre il quale niente potrà andare, che c’è un amore più grande anche della morte.
Vorrei aiutare ogni persona che mi è affidata a mantenere viva e consapevole questa Speranza.
Intervista di Fabio Berti
©️ Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 31 dicembre 2020







1 commento
Caro Daniele sono in casa con Maria abbiamo letto la tua recensione complimenti per tutto ti ho scritto alcuni giorni fa ti rinnoviamo gli auguri ricordandoti sempre con affetto. Roberto e Maria Rimediotti