Sta prendendo campo una benefica riflessione sulla decisione del Parlamento Europeo di porre la necessità del salario minimo. Con tutte le varianti che ognuno mette in campo, potrebbe essere utile.
La decisione non può che essere salutata positivamente, anche se 9 euro l’ora dovrebbe essere un dato ampiamente sorpassato nell’Italia dell’impresa, che conta in Europa. Ma perché questa fase non sia una scusa, una variante occasionale, un pannicello caldo su una ferita sanguinante bisognerebbe sfogliare i molti petali della margherita della situazione economica e sociale di imprese e lavoratori, con annesso il rimanente, compreso i pensionati.
A partire dal sistema fiscale iniquo che non alimenta le voci che dovrebbe in modo corretto e, per esempio, deforma pure il sistema pensionistico, sempre meno in grado di garantire un reddito adeguato per poter vivere con dignità.
Poi la questione lavoro che riguarda circa 18 milioni di dipendenti attivi, che è la cifra più alta degli ultimi vent’anni, con un incremento sull’anno precedente di 670 mila unità, e con la sparizione di oltre 17mila lavoratori autonomi, che non raggiungono la soglia dei 5 milioni.
Il costo per ogni dipendente per l’azienda è assurdo, oltre il 210% di quello che il lavoratore mette in tasca. E ciò nonostante l’Italia sia il paese in cui gli stipendi sono cresciuti meno di tutti gli altri concorrenti negli ultimi venti anni, come è stato documentato ampiamente.
Da tenere a mente che la pandemia e la crisi ha fatto affluire risparmi (per chi se lo è potuto permettere) di oltre 150 miliardi di euro. Soldi sottratti al consumo nel senso più ampio possibile e alla riaccensione dello sviluppo. Con le misure di sostegno che hanno interessato 20 milioni di persone che hanno garantito una minima assistenza alle situazioni compromesse.
Un’altra sfaccettatura ci ricorda che siamo uno dei Paesi più tartassati d’Europa, senza avere servizi adeguati, anzi, standosene ben al di sotto del livello delle nazioni europee.
Il mercato del lavoro non funziona, agenzie private e collocamento pubblico non riescono a far fronte all’incontro tra chi offre e cerca lavoro e non riesce a selezionare i profili richiesti e indirizzare la formazione.
C’è uno squilibrio pazzesco tra dipendenti iperprotetti (non solo nel pubblico impiego, esistono aziende con mensa, spazio per i bambini, servizi alla persona eccetera, rari ma esistono) e quelli esposti ad ogni ventata in azienda e nella competizione del mercato, fragili e precari.
E’ emerso poi, in questi ultimi anni, il fenomeno della trasformazione in “appalto” del lavoro che era dipendente, e che ora viene intercettato dal sistema delle cooperative che rischiano di essere strumenti che comprimono i salari per ottenere quel lavoro a un prezzo più basso. Se c’è un risparmio, oltre la migliore efficienza e organizzazione ed economie di scala, qualche voce ci rimette.
Al CNEL ci sono oltre 900 contratti nazionali di lavoro firmati. Quelli siglati dalle organizzazioni datoriali e sindacati nazionale sono meno di qualche decina. I primi sono forma di pirateria stabilita da sindacati fantasma o creati alla bisogna, con fantomatiche sigle con l’unico scopo di peggiorare il livello di qualità, di sicurezza, di retribuzione dei lavoratori. Immagino con situazioni che siano contigue allo sfruttamento se non alla schiavitù. Come ogni tanto emerge negli aberranti esempi di cui sono vittime perlopiù immigrati e donne.
Poi rimane il gap sulla produttività, che anche quello deve essere affrontato con tutto il corollario che porta con sé, dal momento che certamente non ci si può assolvere dicendo che lavoriamo poco e male, perché è vero il contrario.
La Confesercenti nazionale ha proposto di rimettere al centro la Contrattazione Collettiva Nazionale e favorire le politiche attive del lavoro per aumentare gli stipendi ai lavoratori senza aumentare il costo per le Imprese (detassazione degli aumenti contrattuali, interventi sul cuneo fiscale, ecc.). Ma anche di abbandonare progressivamente lo stato di interventi di emergenza e dotarsi di strumenti di lotta alla povertà “reale”, di atti di sostegno al reddito adeguati ai tempi e di sostegno ai consumi (il Pil del nostro Paese è composto dal 60% da consumi interni).
Decisivo è affrontare di buona lena il tasto della competitività, che significa intervenire, oltre che sull’innovazione delle imprese e la qualificazione del personale, sull’efficienza del Paese (burocrazia, fisco, giustizia, infrastrutture…). Ne parliamo da troppo tempo senza che si veda alcuna evoluzione positiva di sistema, tranne che in qualche nicchia obbligata dal fatto di trovarsi ad operare in contesti internazionali che impongono certe scelte.
In chiusura, quindi, parlare del salario minimo rischia di essere irrilevante, utile forse per qualche settore marginale, ma non in grado di cambiare il sistema lavoro attuale, anzi, con il rischio di piccoli passi indietro livellando in basso gli stipendi, dando spazio al lavoro nero, inficiando ancora di più il rapporto domanda/offerta di lavoro.
Altro paradosso sono i migliaia di posti offerti nel terziario in particolare che non trovano disoccupati disponibili. Dare la colpa al reddito di cittadinanza non è certo sufficiente, la misura assistenziale applicata a pioggia e senza controllo non aiuta certamente, ma anche in questo caso occorre ampliare l’esame in profondità, a partire dalla diversa percezione del lavoro stesso, degli orari, delle festività e della precarietà delle aziende che il lookdown ha immesso nel ripensamento del proprio futuro.
Adriano Olivetti aveva indicato un limite nello squilibrio tra stipendi, ogni dirigente non avrebbe dovuto guadagnare dieci volte di più del lavoratore. Uno studio di Mediobanca di qualche anno fa, aveva rilevato che questo limite era salito nel 2017 a ben 38 volte. Come paradossale è stata la discussione che ha riguardato (e mi pare rimosso) il tetto di 240 mila euro annui per giornalisti, artisti e dirigenti pubblici, e che sembra un insulto ai precari e ai pensionati al minimo.
Senza il recupero di qualche valore, qualche oncia di etica, qualche idea per new deal, salario minimo o non minimo, non faremo nulla di buono, se non aumentare lo squilibrio.
Massimo Biagioni
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 10 giugno 2022







