FIRENZUOLA – L’oasi di Covigliaio, a Firenzuola, vasta area boschiva e naturalistica, si arricchisce di percorsi definiti e finalizzati alla terapia forestale, disciplina scientifica relativamente recente, che aiuta nella cura di importanti patologie umane. Ce ne parla in questa intervista il dottor Mauro Batisti, già medico di medicina d’urgenza, che da anni coltiva l’interesse e la passione per le proprietà curative delle piante e dei boschi, ed è referente del progetto dell’Oasi di Covigliaio,
Come medico del Pronto soccorso ha operato anche in Mugello?
“Sì – afferma – mie postazioni preferite erano Firenzuola e Marradi dove ci sono dei punti di primo soccorso. Ho potuto così conoscere il territorio di Firenzuola, e quindi l’Oasi. Quando ho cominciato ad approfondire, da un punto di vista scientifico, la terapia forestale, mi sono reso conto che l’Oasi di Covigliaio sarebbe stata molto adatta per questo genere di terapia, così siamo riusciti a realizzare questa foresta terapeutica. E nel frattempo ho scritto il libro “La foresta è la mia cura”.
Ma cos’è la terapia forestale?
“L’umanità è sempre stata immersa nella natura, noi umani siamo figli della foresta. Ma nell’ultimo secolo, con l’urbanizzazione, le persone hanno perso questo rapporto, fino ad arrivare, negli ultimi anni, a definire per alcuni gruppi di persone una sindrome da deficit di natura. Una cosa che riguarda soprattutto i bambini e gli adolescenti. Se poi vogliamo dare un inquadramento scientifico, la terapia forestale è stata studiata all’inizio in Giappone, negli anni 70-80, dall’immunologo Quing Li che cercò di capire i motivi per i quali ore o giornate trascorse in foresta erano di grande beneficio per le persone che vivevano nelle grandi metropoli. Quing Li e collaboratori associarono gli effetti positivi, in parte legati alle sostanze chimiche volatili liberate dagli alberi, sostanze che hanno un effetto farmacologico per chi, camminando tra gli alberi, le inali o le assorba dalla pelle. Sostanze dette Composti Organici volatili biogenici (B-voc) del gruppo dei terpeni, liberate dalla chioma, dal tronco e dalle radici degli alberi, ed è stato dimostrato che sono estremamente efficaci su alcune patologie”.
Parliamo di Firenzuola, cosa c’è all’oasi di Covigliaio?
“Durante il periodo del Covid, grazie alla frequentazione di Firenzuola per il mio lavoro, mi resi conto delle potenzialità che aveva l’oasi di Covigliaio, quindi le proposi ai gestori e proprietari dell’Oasi, due famiglie di amici, che furono subito entusiasti del progetto. Poi, due anni fa siamo partiti con il progetto per il quale ho coinvolto l’associazione no profit PESCAS che raggruppa professionisti, esperti di salute, cultura e ambiente, tra i quali ci sono architetti, ingegneri, avvocati ma anche psicologi e medici. E questa associazione, alla quale appartengo, ha raccolto la mia idea di realizzare qui un progetto di terapia forestale. E finalmente nell’ultimo weekend di Luglio di quest’anno c’è stata l’inaugurazione, in collaborazione anche con la rete “TeFFIt”, che si occupa anche di valutare i boschi terapeutici a livello nazionale, e che ha validato un’area dell’Oasi di Covigliaio come adatta alla terapia forestale. In questa avventura abbiamo coinvolto anche alcuni dipartimenti dell’Università di Firenze, come psichiatria o la medicina del lavoro e anche quelli legati al mondo delle dipendenze. Si tratta di un progetto che coinvolge agronomi, ingegneri, paesaggisti e medici, per il quale io seguo proprio questa ultima parte, anche se ovviamente i gruppi saranno seguiti anche dai propri specialisti, come nel caso dei malati psichiatrici o dei cardiopatici”.
Avete realizzato un percorso apposito all’interno dell’oasi?
“L’area, dal punto di vista dei percorsi, era già adatta. Abbiamo semplicemente messo in sicurezza alcune zone con delle staccionate”.
Prossimi sviluppi per il progetto?
“Le prime esperienze fatte alla fine di luglio sono state sperimentali, realizzate grazie a conduttori formati. Adesso stiamo lavorando al programma di iniziative per il 2025. La terapia forestale, comunque, si può fare anche da soli in gruppi autonomi. Per questo faremo delle presentazioni specifiche, posizioneremo la segnaletica, un po’ come per i percorsi del CAI; metteremo anche dei cartelli che insegnano a vivere in maniera virtuosa la presenza in foresta”.
Quali le attività che le persone potranno fare?
“La principale, quella sulla quale si regge tutta la terapia forestale, è l’immersione in foresta o bagno in foresta, forest bathing. Poi ci sono attività collaterali, che possono essere dedicate al riconoscimento del canto degli uccelli, o a quello dei fiori spontanei; altri gruppi in notturna saranno guidati da astrofili per l’osservazione del cielo, data l’assenza di inquinamento luminoso”.
Chi volesse partecipare a queste attività cosa deve fare?
“Il riferimento è il sito dell’associazione Pescas, dal quale si accede ad una mail per la richiesta di informazioni. Questo aspetto sarà comunque perfezionato proprio in questi mesi, per arrivare a una attività piena nel 2025, le esperienze del genere sono sempre più numerose anche nella nostra zona, e contiamo di coordinarci, ad esempio con quelle che si tengono nella foresta di Vallombrosa e nelle foreste Casentinesi. Quello che serve è la consapevolezza: un conto è che una persona faccia una passeggiata nel bosco inconsapevole di questi vantaggi, un altro è sapere che che il bosco produce salute. Per praticare questa terapia si possono anche può fare, una o due volte al mese, “immersioni” nella foresta principale, e poi una volta alla settimana continuare questo rapporto con il verde nei boschi di prossimità o nei giardini terapeutici delle città, la loro funzione in questo senso è molto importante. Molti ospedali, molte cliniche o poliambulatori cominciano a attrezzarsi, naturalmente se hanno gli spazi, con la realizzazione dei giardini terapeutici, spesso specifici per patologie, nel perimetro delle strutture sanitaria”.
Quali sono le basi scientifiche della terapia forestale?
“Ormai ci sono molte pubblicazioni su riviste scientifiche, ci sono evidenze da tutto il mondo, in Germania, in Francia, negli Stati Uniti, in Canada, in Corea del Sud, dove questa pratica sta riscuotendo un successo enorme e dove quest’anno ci sarà il congresso mondiale di terapia forestale”.
Quali sono le patologie per le quali è più efficace?
“Questo tipo di terapia un effetto importante sulle patologie cardiovascolari, soprattutto sull’ipertensione e su alcune forme di aritmia, poi come detto la psichiatria e le dipendenze; le persone con immunodepressione, molto importante per le malattie respiratorie, e ci sono significativi benefici anche nell’ambito delle malattie degenerative. Naturalmente non si parla di medicina alternativa: le persone devono continuare a fare le proprie terapie, ma è una terapia aggiuntiva, specie se si frequenta la foresta in maniera abbastanza costante. Ad esempio con sedute di 4 ore in foresta si può abbassare la pressione massima fino a 20-30 punti. Ma ci sono applicazioni anche nel campo della pediatria, della geriatria e si stanno facendo dei progetti di studio con la medicina del lavoro, sui benefici per i lavoratori esposti ad agenti e comportamenti avversi. Infine ci sono studi anche sui benefici per gli atleti, e quindi nell’ambito della medicina dello sport”.
Recenti studi hanno dimostrato in maniera inequivocabile che la terapia forestale abbatte le conseguenze dello stress e degli stati ansioso-depressivi.
Come concludiamo?
“Sottolineando che purtroppo questo è un argomento ancora oggi poco conosciuto, anche dai medici. Anche il mio libro “La foresta che cura”, scritto in chiave divulgativa ma con preziosi contributi specialistici, fornisce indicazioni scientifiche anche per i colleghi”.
Da segnalare infine che un area come la nostra che richiama gruppi anche numerosi, aumentando le presenze, incide positivamente sull’economia del territorio, dall’accoglienza, alla ristorazione, alla ricerca di curiosità e prodotti tipici.
Nicola Di Renzone
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – Ottobre 2024










