
BORGO SAN LORENZO – Sono stati davvero in tanti, nel grande piazzale del Centro Giovanile, a voler dare l’ultimo saluto a Graziano, il sacrestano del Santissimo Crocifisso di Borgo San Lorenzo. Perché in tanti gli volevano bene, in tantissimi lo hanno incontrato tante volte ai Salesiani, e nel santuario. Dai tempi di don Poggiali, negli anni ’70, magari a raccogliere carta o cartone, o più di recente, animatore del “suo” grande presepe meccanico. E a prendersi cura di tutti i luoghi del SS. Crocifisso.

Così sabato mattina c’erano tante persone anziane e adulti, ma anche non pochi giovani. E numerosi tra i sacerdoti che sono passati dal Centro Giovanile.


Crediamo che il modo migliore per ricordare Graziano sia riascoltare-rileggere l’omelia di Don Luciano Marchetti, pievano di Borgo San Lorenzo. In quelle parole c’è la figura, c’è l’anima di Graziano.
Graziano ci ha fatto un brutto scherzo: in modo silenzioso e senza disturbare, che è sempre stato il suo stile, improvvisamente ci ha lasciato. Ma nella luce del Signore Gesù, Crocifisso e Risorto, continua la sua presenza tra di noi: il suo sorriso è stato e sarà ancora motivo di incoraggiamento.
Noi oggi, tutti, ringraziamo il Signore per la sua vita, per i tanti anni trascorsi attivamente, come un dono, per la nostra Chiesa e per questa città di Borgo, di cui è certamente il cittadino più amato e conosciuto.
Le Beatitudini – le abbiamo ascoltate nella pagina evangelica – ha scritto papa Francesco: “sono come la carta d’identità del cristiano. Così, se qualcuno di noi si pone la domanda: “Come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano?”, la risposta è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini. In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita”.
Credo di poter dire che Graziano ha fatto trasparire nella quotidianità della sua vita il volto del Maestro vivendo le Beatitudini: povero in spirito, cioè sempre abbandonato alla volontà divina, mite, puro nel cuore, piangente con chi piangeva, misericordioso, artigiano di pace e di dialogo con tutti.
Ma qual era il segreto di Graziano? Provo a dirvelo con un sogno. In questi giorni ho letto un piccolo libro intitolato Oscar e la dama in rosa, dello scrittore e drammaturgo francese Éric-Emmanuel Schmitt, un vero gioiello; racconta gli ultimi giorni di vita di Oscar, un bambino malato di tumore, attraverso le lettere che ogni giorno lui scrive a Dio. Lui vorrebbe poter parlare della gravità della sua malattia con i genitori, con i medici, ma loro temono tutti questi discorsi. Solo una volontaria dell’ospedale capisce il suo infinito desiderio di risposte. È lei che lo invita a scrivere delle lettere a Dio. E sarà proprio grazie a questa dama in rosa che per la prima volta Oscar fa l’esperienza dell’incontro con il Crocifisso.
Beh, sarà per Graziano appena morto, sarà per le pagine di quel libro preso tra le mani prima di addormentarmi, nella notte ho sognato il piccolo Oscar che mi raccontava la sua scoperta di Gesù, proprio grazie al nostro Graziano.
Di nuove generazioni Graziano in questo Oratorio ne ha viste passare tante e a tutti ha donato qualcosa che sapeva tanto di Cielo, che aveva il sapore di Dio. Quel bambino – che stamani è ciascuno di noi – così racconta: “Graziano mi ha preso per mano e mi ha accompagnato nella chiesa che si trova di fianco al Centro Giovanile. E’ stato un colpo quando ho visto l’immagine del Crocifisso, quasi nudo, magro magro sulla croce, con delle ferite dappertutto, con il volto sanguinante sotto le spine e la testa che non stava nemmeno più sul collo. Mi ha dato da pensare. Mi sono sentito rivoltare. Se fossi Dio, io non mi sarei lasciato ridurre a quel modo. Graziano, sii serio: tu che sei un sacrestano tanto buono, come fai a fidarti di quello lì?”.
“Perché, Oscar? Daresti più credito a Dio se vedessi un culturista con la pelle unta d’olio, i capelli corti e i muscoli gonfi che ne fanno risaltare la potenza? Rifletti, Oscar, a chi ti senti più vicino? A un Dio che non prova niente o a un Dio che soffre?”.
“A quello che soffre ovviamente. Ma se fossi Lui, se fossi Dio, se come Lui avessi i mezzi, io avrei evitato di soffrire”.
“Ascolta, Oscar. Guarda meglio il suo viso. Osserva: sembra che soffra?”.
“No, non sembra che abbia male. Ma è curioso, ha il viso buono come il tuo e anche il tuo sorriso gli somiglia tanto”.
“Vedi, Oscar, bisogna distinguere: c’è la croce come violenza e c’è la croce come amore: la violenza la si subisce, l’amore lo si sceglie. E’ l’amore quello che ci salva”.
La scoperta che Graziano aveva fatto fin da bambino, e che è il suo segreto, è stata quella dell’amore di Gesù. Ha sempre creduto che la fede cristiana non è una serie di idee vaghe e complicate: è una persona, Gesù; è la storia della sua croce e della sua risurrezione. Ha sempre creduto nel Dio di Gesù di Nazareth, per il quale non sono gli uomini che debbono sacrificarsi per Dio e rendergli onore. Ha sempre creduto in Gesù, che si è lasciato inchiodare alla croce per aiutarci a non sbagliarci su Dio. Per farci vedere finalmente il volto di un Dio diverso. Non vendicativo, ma umile. Non prepotente, ma impotente per amore. Un Dio che non si impone, ma si propone. Che si offre, e perciò soffre.
Ha sempre creduto in Gesù, il Figlio di Dio, che è sceso fino al punto da raccoglierci tutti a braccia aperte quando cadiamo a terra. Fino al punto da guardarci sempre dal basso in alto. E mai dall’alto in basso.
Ha sempre creduto nel Gesù che dona una vita nuova al di qua e al di là della morte, per cui era certo di quello che aveva scritto don Oreste Benzi per il giorno della sua morte: “Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà sono morto per chi mi vede, per chi sta lì. Le mie mani saranno fredde, il mio occhio non potrà più vedere, ma in realtà la morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all’infinito di Dio”.
Tutta la vita di Graziano si è svolta alla luce di questa scoperta. Uomo semplice e simpatico, dolce come il suo accento romagnolo, ci ha sempre ricordato che la fede è un legame buono e che se siamo uomini e donne di fede, siamo fortunati, abbiamo un’ala in più, abbiamo una forza in più di cui essere grati al Signore.
Tante volte l’ho sorpreso a parlare a tu per tu con Gesù, proprio come faceva il don Camillo di Guareschi che si rivolgeva appassionato e con immediatezza al Crocifisso e ne ascoltava, poi, i richiami a volte bonari a volte forti che lo invitavano sempre alla misericordia. C’è un dialogo che sembra scritto oggi, per quello che denuncia e per quello che propone.
E nei panni di don Camillo voglio vedere il nostro Graziano.
“Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?”.
“Graziano, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”.
“No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui parlavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne. Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”.
“Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede”.
Graziano ha aiutato chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta.
E continua a dirci: “Non date lo sfratto a Gesù: Lui fortifica, Lui unisce, Lui è la garanzia che neanche la morte ci separerà”.
Caro Graziano, il tuo cuore era in festa ogni volta che vedevi la chiesa e il Centro Giovanile riempirsi di gente e tu te ne stavi in disparte a goderti lo spettacolo. Adesso sei al centro di questa celebrazione. A noi addolora non riuscire a vederti più ma ci dà pace e tanta gioia la speranza di saperci inquadrati da te, dal Cielo. Lasciaci allora dire un’ultima semplicissima parola: Addio, Graziano.
E’ una parola scomposta dal dolore, ricomposta dalla speranza: a-Dio.
Don Luciano Marchetti
Foto: Giampiero Giampieri
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 13 Maggio 2023









1 commento
Graziano uno di noi: 57 anni senza una macchia.