BORGO SAN LORENZO – C’era tantissima gente, lunedì pomeriggio, nella Pieve di San Lorenzo, per le esequie di Riccardo Lasi, morto per una caduta in montagna, sulle Dolomiti.
La Messa è stata celebrata dal pievano, Don Luciano Marchetti che all’omelia ha ricordato Lasi e ha preso occasione per una profonda, e bellissima riflessione, sulla morte e sulla vita. Una riflessione e un ricordo di Riccardo Lasi che vogliamo offrire oggi a tutti i lettori.
“Alzo gli occhi verso i monti, da dove mi verrà l’aiuto?”. Così canta il salmista. Così abbiamo cantato all’inizio di questa celebrazione.
Riccardo amava tantissimo la montagna. La montagna, simbolo di libertà, ci ricorda il suo spirito libero e la passione grande con cui ha sempre svolto la sua missione in famiglia, nella professione e come generoso collaboratore in varie iniziative e associazioni in cui ha messo a disposizione le sue competenze: sempre e comunque con l’intento di far sta bene le persone.
Riccardo amava tantissimo la montagna e lassù ha trovato la morte, sì la morte che interrompe tutto, che non permette più un seguito a niente e a nessuno. Ci troviamo di fronte a una morte che ha colpito tutti: la moglie, i figli, i nipoti, il fratello, i congiunti e tutti voi, che gli siete amici a vario titolo e che sapete bene che Riccardo era una bella persona.
L’incontro, lo scontro, con la morte può essere addomesticato, può essere addolcito, può essere rimandato, ma l’incontro, lo scontro, con la morte rimane inevitabile.
Per questo ci poniamo ora alcune domande.
In che modo si affronta la morte? Vivendo in pienezza. E’ famosissimo l’episodio capitato a San Luigi Gonzaga. Durante un momento di gioco gli hanno chiesto: “Se ti venisse detto che fra mezz’ora devi morire, cosa faresti?”. San Luigi ha risposto così: “Continuerei a fare quello che sto facendo: a giocare”. Aveva capito in maniera chiara che la vita è il vero conto, occorre saper fare ogni cosa bene e al momento giusto. Il modo con il quale il cristiano affronta la morte è vivere in pienezza. Per cui occorre stare attenti a quello che scrive l’apostolo San Giovanni: “Chi non ama è già morto”. Chi di noi non ama, è già morto, sta sciupando la sua vita. Più uno ama, più vive, più diventa figlio di Dio, perché Dio è amore. Gesù ha vissuto in pienezza. E anche nel momento della morte ha posto due gesti eccezionali, parole indimenticabili: una verso Dio: “Padre, nelle tue mani affido la mia vita”, cioè muore ponendo un gesto di fede; e la fede è la più alta passione che possa avere un uomo. E, poi: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”, cioè muore ponendo un gesto di amore.
Chi non ama non vive, si ammala, rovina la sua vita. E c’è una frase tagliente contro noi cristiani: “Sono proprio quelli che non sanno che cosa fare di questa vita a volerne un’altra che duri in eterno”. Tante volte vogliamo una vita eterna e non siamo capaci di amare l’attimo, l’ora, la giornata. Occorre amare ogni attimo. La vita non ci appartiene ma ci è stata data in dono. E per questo dobbiamo viverla in pienezza fin tanto che siamo in tempo, senza rimandare a domani quello che possiamo fare oggi, perché la vita va vissuta in tutte le sue sfaccettature, è un dono così bello e grande di cui spesso ci si accorge quando improvvisamente una malattia, un dolore, una morte la spezza. Questo “carpe diem” può rendersi così: “Rendi straordinario questo momento, questa giornata”. Per cui mi è sempre rimasta nel cuore una frase felicissima, formidabile, secondo me: “Che la morte ci trovi vivi”. Molta gente è già morta, non sta vivendo in pienezza.

La foto che ritrae Riccardo col figlio e gli amici dopo il pranzo al rifugio prima di quella che sarebbe stata la sua ultima escursione ce lo mostra entusiasta e felice. Questa immagine vi deve rimanere nel cuore. Così ora ci sorride. Questa è la prima cosa da dirci oggi. Occorre saper guardare la morte, così, ad occhi aperti; ma come si fa ad affrontarla? Vivendo bene, nella fede e nell’amore, stasera, domani, ogni giorno.
E quando la morte arriva? Occorre abbandonarsi a Dio Padre. Qualche volta la morte arriva come un ladro, talora in maniera veramente crudele. Occorre buttarsi, abbandonarsi, immergersi in Dio, fonte della vita, sorgente della vita. Questa fiducia si basa sulla presenza formidabile di Dio Padre, una presenza che fa vincere la morte. E’ una cosa grande questa. Quando la morte prende il volto di una persona cara che muore, cambia tutto. Chi ha provato – e tutti abbiamo provato – cambia tutto, radicalmente. Se amiamo pazzamente questa persona morta, ci poniamo la domanda: “Dov’è?”. Ci chiediamo se il nostro amore è finito; se il nostro amore è andato nel vuoto, nel nulla; se soltanto la malinconia contrassegna il nostro cuore e la nostra vita; oppure, se ci sta questa speranza formidabile del Cristianesimo. La resurrezione di Gesù è il motivo centrale della fede cristiana perché, come ricorda San Paolo: “…se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede”. Gesù, crocifisso e risorto, è l’unico capace di dare una vita nuova al di là della morte.
Questa è la grandezza della proposta cristiana. Questo è il Cristianesimo. Nati per sempre. Se uno è nato, è eterno perché figlio di Dio. E neanche la morte può fermare il nostro cammino. E qui mi permetto due citazioni: una del Cardinale Carlo Maria Martini e una di Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini. A me hanno fatto un sacco di bene.
Martini: “Adesso, anche se è lei a bussare – lei, la morte – io so – ecco la fede – che sarai Tu ad entrare” – cioè il Signore Gesù. Capite che poesia teologica! Che forza in queste parole! Un credente pensa così: “Adesso, anche se è lei a bussare, io so che sarai Tu ad entrare”. Che differenza morire con davanti il vuoto oppure dicendo invece: “No, la morte è un incontro, un abbraccio. C’è una mèta. Sto correndo verso una mèta che ha un nome, un volto: Gesù”. “Adesso, anche se è lei a bussare, io so che sarai Tu ad entrare. Il tempo della morte è finito”.
E, poi, l’altra citazione. Quando è morto il motociclista Marco Simoncelli – provate a pensare a quanta gente c’era a quel funerale di questo motociclista morto in maniera così dura, crudele – il vescovo di Rimini ha detto così: “Dov’era Dio nel momento in cui Marco si è schiantato sotto le ruote di due grandi amici? Era lì pronto per impedire che Marco andasse nel baratro”. Pazzesco. Eccezionale. Cioè Dio era lì, pronto. A fare che cosa? A impedire che Marco andasse nel baratro, nel nulla. Dio è quello che quando arriva la morte, ci rapisce prima perché non cadiamo nel vuoto, nel baratro, nel nulla. Dio non ci salva dalla morte ma nella morte. E, poi, ha continuato con una lucidità teologica eccezionale: “Marco è presente e ci guarda dal podio più alto”. Provate a pensare. Che idea ha avuto questo vescovo! “Marco è presente e ci guarda dal podio più alto”. E noi oggi possiamo dire: “Riccardo ci guarda e ci sorride dalla vetta più alta”.
Ecco, questa è la fede cristiana. Questa è la speranza cristiana. Che sa vedere la morte come passaggio, come incontro, come pasqua, come due punti e, poi, si va avanti, perché l’ultima parola di Dio è la risurrezione, è la vita per sempre. Che respiro! Guardare il Paradiso con le persone a noi care e poter dire: “Non ci sarà la morte. Per sempre felici. Una vita eterna”. Tutte cose belle, eccezionali, che ci racconta il Vangelo, che ci racconta Gesù. Ha detto il Papa: “La speranza cristiana è come il lievito, ti fa allargare l’anima”.
E l’ultima cosa. Che fare? Stiamo attenti. Magari sciupiamo tanti rapporti personali. Non capiamo il dono che è un marito, che è una moglie, che è un figlio, che è una mamma, che è un nonno, che è una persona cara. Attenzione a questa cosa.
Allora mi pare bello chiudere con questo testo interessantissimo tratto da “Occasioni perdute” del drammaturgo Ibsen: “Mi ritrovai un’ombra, non un corpo, né persona. Girai per casa e vidi per terra dei gomitoli. Mi dissero: Siamo i pensieri che tu non hai svolto. Andai nel bosco e vidi le foglie secche: siamo le parole che non hai dette e che dovevi dire. Andai sui monti e udii i venti: siamo le canzoni che non hai mai cantato per la felicità degli altri. Andai nei prati e vidi le gocce di rugiada: siamo le lacrime che non hai mai pianto per amore”. I famosi peccati di omissione. Quante esperienze d’amore potremmo fare con Dio e con il prossimo, e non facciamo! L’amore a Dio e al prossimo o è l’impegno di tutti i giorni o sarà il rimpianto di tutta la vita.
“Alzo gli occhi verso i monti, da dove mi verrà l’aiuto?”. Prega il salmista e noi abbiamo cantato. “… da dove mi verrà l’aiuto? Dal Signore che ha fatto cielo e terra”, risponde il Salmo, dal Signore che ha voluto che cielo e terra si toccassero in un abbraccio infinito. E, allora, ci viene spontaneo accomiatarci da Riccardo con le parole della preghiera degli alpini: “Dio del cielo, Signore delle cime, un nostro amico hai chiesto alla montagna. Ma ti preghiamo: su nel Paradiso lascialo andare per le tue montagne. Santa Maria, Signora della neve, copri col bianco, soffice mantello, il nostro amico, il nostro fratello. Su nel Paradiso lascialo andare per le tue montagne”.
Don Luciano Marchetti
Pievano di Borgo San Lorenzo
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 21 agosto 2019




