
BORGO SAN LORENZO – Ormai da oltre cinque anni a Borgo San Lorenzo si parla di un progetto per il recupero e il riutilizzo del grande monastero domenicano di Santa Caterina, abbandonato da anni. Un bene, nel centro storico del capoluogo, di grande valore e significato, il cui primo nucleo risale agli inizi del Cinquecento.
Ma questo progetto per ora è rimasto sostanzialmente fermo, salvo qualche sporadico utilizzo del chiostro e del cenacolo per eventi espositivi e incontri. Il blocco dell’operazione è legato anche a diversi nodi che sembrano non ancora sciolti, a cominciare dalla proprietà, fino ai contenuti del progetto, ai rapporti con i vicini di casa, cioè la parrocchia e ai finanziamenti ancora in gran parte non disponibili.
Proviamo a fare il punto.

Attualmente la proprietà è delle suore Domenicane di Firenze, che hanno sede in via Bolognese. L’Ordine, da tempo, vuol liberarsi del grande immobile, che essendo inutilizzato è diventato soltanto un onere. Per venderlo o anche per darlo in uso, l’Ordine ha bisogno dell’autorizzazione delle autorità ecclesiastiche (il Vescovo e in alcuni casi, quando il valore dell’immobile supera un milione di euro, la Santa Sede).
Una decina di anni fa sono entrati in gioco il Co&So e Maria Grazia Giuffrida, all’epoca consulente del consorzio, e si parlava di un utilizzo socio-sanitario della struttura.
Poi si è cambiato indirizzo e nel 2018 è nata una Fondazione, “Cittadella Santa Caterina”, formata da Co&So, Fabrica – altro consorzio emanazione dello stesso Co&So -, Suore Domenicane – rappresentate dalla stessa Giuffrida (che tra i molti incarichi, è l’attuale presidente dell’Istituto degli Innocenti, nominata dal presidente della Regione Eugenio Giani, ed è anche rappresentante del CNEC, il Centro Nazionale Economi di Comunità) – e società Start.

La Diocesi finora non ha dato il via libera alla cessione dell’uso dell’immobile alla Fondazione da parte delle Suore Domenicane, ma pare che nelle stanze della Curia l’operazione ultimamente abbia avuto un’accelerazione. Non è chiara la ragione, visto il recentissimo avvicendamento alla guida dell’Arcidiocesi, e una decisione in un senso o in un altro, da parte dell’Arivescovo Card. Betori sembrerebbe una forzatura.
Tanto più che pare proprio vi siano problemi di rapporti con la Parrocchia di Borgo San Lorenzo. Lo stesso parroco avrebbe infatti scritto di recente all’Arcivescovo, per segnalare alcune forti preoccupazioni. E che vi siano contrasti sarebbe confermato dal fatto che di recente le Suore Domenicane – evidentemente consigliate e spinte da qualcuno – pare abbiano inviato addirittura un incredibile sfratto alla parrocchia per la sacrestia che formalmente è di proprietà del Monastero, ma è indispensabile al buon utilizzo della Pieve e che infatti da lungo tempo viene utilizzata come sacrestia dai parroci.

Ma a preoccupare la parrocchia, in particolare, è la dislocazione di alcune attività previste nel progetto di riutilizzo del Monastero. Nel corpo della Pieve, cioè nel suo volume, sotto lo stesso tetto, nei locali al secondo piano prospicienti la navata della chiesa, si prevederebbe infatti di collocare le camere e la sala da pranzo per un utilizzo turistico-ricettivo. Preoccupano così i rumori che potrebbero essere provocati.
Più in generale, altri aspetti che pongono dubbi sull’operazione-monastero riguardano l’indeterminatezza del progetto, visto che i promotori hanno cambiato a più riprese obiettivi, dallo studentato all’albergo etico (gestito insieme a persone con disabilità) fino a un turismo legato all’esperienza religiosa, non meglio specificato. Mentre per il piano terra si parla di attività di ristorazione non meglio precisate.

E se il progetto non è ancora chiarissimo in tutti i suoi obiettivi, ancor meno certezze vi sono sulle fonti di finanziamento.
Non è chiaro neanche quanto intenda investirvi economicamente il principale attore, ovvero Co&So, e al momento gli unici fondi a disposizione sono 440 mila euro che dovrebbero arrivare dalla Sovrintendenza per la messa in sicurezza di una porzione di copertura, e poco più di 100 mila euro dal Gal Start. Considerando che cinque anni fa si parlava di un costo complessivo di 5 milioni di euro, per l’intervento di recupero, qualche dubbio sulla fattibilità permane.

Le preoccupazioni sembrano dunque legittime: perché affidare per 99 anni un bene così importante a una Fondazione e di fatto a un consorzio che potrebbe anche cambiare strategie senza la possibilità di un effettivo controllo, ed anche con rischi speculativi, è operazione che richiede la massima chiarezza, e paletti che tutelino la comunità locale, paese, parrocchia e lo stesso ex-Monastero.
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 24 Aprile 2024






