BORGO SAN LORENZO – Il 4 dicembre è stata una data importante per la democrazia italiana: dopo molto tempo, una cittadinanza che sembrava indifferente, sonnolenta e lontana dalla politica, è tornata a partecipare. Non diremo che i cittadini sono intelligenti, ed hanno votato bene, perché la consultazione è andata come anche da noi auspicato – così come non si dovrebbe credere che il corpo elettorale sia stupido e immaturo quando il risultato è contrario alle proprie aspettative. Chi ha vinto? E chi ha perso? La questione, nella sostanza, è molto semplice: ha vinto chi non voleva questo tipo di riforma costituzionale, ed ha perso chi voleva un tipo di assetto diverso. E se c’è chi ha scelto il “no” per altre ragioni, non per ultimo per antipatia verso chi ha provato a intestare alla sua unica persona una riforma che avrebbe dovuto unire più che dividere, e suscitare discussioni serie più che risse da stadio, questo dovrebbe far riflettere sulle disastrose strategie politico-comunicative con cui questo delicatissimo atto è stato presentato.
Ma quello che conta, adesso, è che si rifletta sul significato che è emerso, sul messaggio che gli elettori hanno dato a chi dovrebbe rappresentarli. I cittadini vogliono partecipare, e far sentire la propria voce – fosse anche un sonoro “no” di disgusto verso una classe dirigente autoreferenziale, che ha tentato di far credere che i problemi dell’Italia dipendessero dalle regole che i politici si sono dati per far funzionare la macchina politica. Forse che una banca italiana fallirà perché il bicameralismo paritario non è stato superato? Forse che un’azienda chiuderà il bilancio in negativo perché non è stato ridotto il numero di senatori?
Perché se c’è da approvare una legge “che ci chiede Bruxelles”, magicamente la macchina funziona, e il bicameralismo non è un problema; perché se c’è da approvare d’urgenza un decreto per salvare le banche, la macchina va spedita, e non c’è rimpallo che faccia allungare i tempi; se invece, poi, si tratta di leggi anti-corruzione, o di riduzione dei costi della politica, allora la macchina s’inceppa, e tutto resta nella palude. Quando poi i cittadini dicono, a più riprese, che bisogna abolire il finanziamento pubblico ai partiti – sappiamo cosa succede, vero? E quando i cittadini finiscono per sentirsi presi in giro, delusi e arrabbiati, e protestano, ecco, si invoca l’antipolitica (!).
Se la politica si avvita su sé, e si chiude a riccio, crescerà ancora di più il malcontento. Se invece la politica va verso il cittadino, il cittadino va verso la politica. Ed è per questo che bisognerebbe pensare a nuove forme di partecipazione, sempre più frequenti ed inclusive. Invece, nella riforma che veniva proposta, il cittadino si sarebbe allontanato ancora di più dai palazzi del potere: basti pensare alla geniale idea di triplicare le firme per le leggi di iniziativa popolare. Perché la politica non vuol più ascoltare la voce delle persone? Forse perché, nonostante televisioni, giornali, propaganda invasiva, consigli non richiesti di giornali stranieri, minacce della finanza, nonostante tutto, la gente alla fine ragiona con la propria testa, e non è in fondo così manipolabile?
Solo con una profonda auto-analisi, ed una seria auto-critica, la politica potrà uscire dalle stanze e tornare nelle piazze. Ma bisogna coinvolgere la cittadinanza, e ascoltarla: e se oggi è stato dato uno schiaffo, chissà che un domani non si trovi, magari da entrambe le parti, una mano tesa.
Alessandro Marrani
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 6 dicembre 2016





