MUGELLO – Quassù si dice così quando riprende un’attività economica. Il bandone è la saracinesca, riaprirla, tirarla su vuol dire tornare alla vita. Parliamoci chiaro: i problemi sono due, il quando e il come tirarla su. Con un però grande come una casa. Economisti e istituti internazionali, cui aggiungo il buon senso di campagna, dicono tutti che il 2020 è più o meno perduto, nel senso che la ferita inferta dal virus alla produzione non cicatrizzerà in pochi mesi, ma confessano – attenzione: è qui il punto – che se la ripartenza delle attività economiche non avviene entro giugno l’Italia rischia di sprofondare per un biennio.
Insomma, le colonne d’Ercole sono tra un paio di mesi. Questa crisi è peggiore di quella del 2008, se non altro perché riguarda un numero ben più alto di filiere economiche e perché trova l’Italia in condizioni di stagnazione (prima del 2008 non era così).
Torno alla domanda: quando e come si riapre. Non possiamo aspettare che il virus scenda a quota zero. La scienza sostiene, ce lo spiega ogni giorno, che la curva sarà una retta tra mesi e che il vaccino sarà disponibile per una massa vasta di persone solo nel prossimo anno, e sarebbe un miracolo. Dunque, usciti dall’emergenza più nera, il tema si pone, proprio come se lo sono posti in Europa. Ma la ripartenza ai primi di maggio deve rispondere a due quesiti. Quali fasce di età, in quali regioni, quali aziende. E soprattutto con quali misure di sicurezza.
Servirà cautela per le persone più anziane (che, salvo rare eccezioni, sono in pensione), va tenuto conto delle zone dove il virus non ha attecchito a fondo, priorità a imprese che scontano una forte concorrenza straniera (in Europa le fabbriche sono aperte fa tempo o riapriranno tra un paio di settimane) oltre a quelle ‘necessarie’.
Poi c’è la sicurezza. Interna ed esterna. Distanziamento, mascherine, protezioni, controlli dentro le fabbriche. Quotidiani e puntuali, fissati in un protocollo (che ancora non c’è). Il governo deve prevedere forme di sostegno proprio a quelle piccole imprese – la maggioranza in Italia e in Mugello – che potrebbero essere in difficoltà a mantenere standard adeguati di sicurezza. Perché una cosa è una grande industria, altro una fabbrichetta familiare. E come si arriva in Pianvallico, o nella Lora, o a La Torre? Riempiendo autobus e treni? No. Va potenziato il trasporto individuale prevedendo forme di rimborso alle imprese che poi lo devolvono al singolo dipendente. Già, ma le scuole sono chiuse, tutte le scuole, e i bambini a chi li lascio? Lo Stato deve rispondere: presente! Non bastano i 600 euro, serve di più per consentire anche la copertura di questo servizio.
Infine, il settore turismo. Non c’è niente da fare, è quello che presenta maggiori difficoltà e c’è da augurarsi che non perda i due mesi di punta. Siccome ognuno di noi vuol tornare alla vita, lo faccia con un po’, almeno un po’ di estivo patriottismo locale: prodotti tipici, agriturismi, costa granducale.
Insomma, più Stato per uscire dall’emergenza e un piano per la fase 2 urgono come l’acqua per un assetato. Tenendo conto di quel paletto che svetta alla fine del mese di giugno.
Riccardo Nencini
© Il Filo, Idee e notizie dal Mugello, 19 aprile 2020




4 commenti
Lo stato non può essere sempre invocato, bisognerà abituarsi a vivere con poco. A sciupare meno ad accontentarsi.
La ripresa di tutte le attività economiche, quando sarà autorizzata, comporterà enormi sforzi organizzativi oltre a quello economico, specialmente per le piccole e micro imprese, che spero possano ‘sfruttare’ questa ‘occasione’ per migliorarsi. Mi auguro che gli imprenditori e i loro dipendenti facciano fronte comune per gestire al meglio lo sforzo senza mettere mai in secondo piano la salute e la sicurezza dei lavoratori.
Come al solito in Italia si fanno sempre le cose alla rovescia. Ora ci preoccupiamo del: sanità alla regione oppure, sanità centralizzata e ministeriale!!!. Ma come, proprio ora ci vogliamo mettere a discutere di questo?.. Nelle emergenze, solitamente, la prima fase dovrebbe essere sempre di pertinenza centrale, con procedure semplici, chiare e veloci (cosa che con il covid, non è avvenuta) e, la seconda, in base allo sviluppo ed all’evolvere della pandemia,in quanto oggi, a questa dobbiamo pensare, quale migliore direzione se non quella regionale può, definire e gestire il quando, il come e il perchè del ritorno alla ripresa dell’economia territoriale e della vita quotidiana?. Le regioni debbono avere in mano la ripresa dell’economia del proprio territorio. La regione ha, il potere e la possibilità, sempre che lo voglia, di agevolare e snellire la macchina delle burocrazia, conosce le priorità del luogo come le sue sofferenze, ma bisogna essere buoni e sani amministratori e imprenditori…. La nostra regione, li ha??? e se li ha, si facciano avanti, si rimbocchino le maniche e si facciano valere. Il territorio soffre, i piccoli paesi rurali, già penalizzati soffocano, vogliamo aspettare ancora la cantilena di Conte!!!!…
Concordo con Paola Cavini. Brava Paola.