BORGO SAN LORENZO – Come ogni domenica, a turno, un parroco mugellano propone una riflessione tratta dal Vangelo della Messa domenicale. Oggi è la volta del pievano di Borgo San Lorenzo Don Luciano Marchetti.
Su due punti voglio questa Domenica ragionare con voi.
Il primo punto è questo: pregare è trasfigurarsi.
Il secondo punto: dal Tabor si deve scendere volentieri.
Primo punto: pregare è trasfigurarsi. Mi piace leggere questa salita di Gesù sul monte Tabor, con questi tre discepoli, come un’icona per dire la preghiera. Salire al Tabor significa pregare, incontrare Dio, stare con Dio. E, allora, partecipare alla Messa vuol dire salire sul monte Tabor. Celebrare l’Eucaristia vuol dire proprio aprirsi alla presenza di Dio.
Ciascuno di noi, se vuol fare un’esperienza forte di fede adesso, in quei tre quarti d’ora, deve decentrarsi cioè non essere lui il centro ma aprirsi, aprirsi alla presenza di Dio e alla presenza di questa comunità. Vivendo ciò che ci insegna quel testo meraviglioso della vocazione del profeta Samuele: “Parla, Signore, che il tuo servo di ascolta”. Attenzione a non essere in chiesa dicendo: “Ascolta, Signore, che il tuo servo parla”. No! “Parla, Signore. Sono qui questa Domenica. Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta!”. E la parola è chiarissima. Ed ecco una voce dalla nube che diceva:“Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo!”.
Veniamo qui per ascoltare il Signore Gesù con questa certezza nel cuore che la Parola di Dio, cioè quello che Gesù ci dice e ci dirà oggi scolpisce la nostra vita, colora la nostra vita se noi ci apriamo a Lui, se spalanchiamo il nostro cuore, se mettiamo davanti a Lui la nostra libertà: “Io mi fido di Te. Io confido in Te. Io mi affido a Te”.
Bernanos diceva: “Che meraviglia! Quando prego le mie idee cambiano”. Veniamo qui in chiesa con le nostre idee, per confrontarci con le sue idee, quelle del Signore, disposti a cambiarle perché sappiamo che “cielo e terra passeranno ma – dice Gesù – le mie parole non passeranno“. E, allora, l’essere a Messa vuol dire lasciarsi illuminare dallo squarcio di luce che è la Pasqua e lasciare che la nostra vita diventi memoria di Gesù: “Fate questo in memoria di me”. Le nostre parole, i nostri sentimenti, i nostri gesti devono avere a che fare con Gesù, devono lasciarsi colorare dalla sua presenza e dalla sua Parola.
E, allora, due domande. La prima. Chi partecipa all’Eucaristia, sta dicendo con Pietro: “Signore, è bello che sono qui!“? Perché uno può essere allaMessa con il corpo ma magari malvolentieri oppure è lì ma non si è ancora svegliato; oppure è lì ma un po’ come un praticante. Ma la Messa è un rito del corpo o un rito del cuore? Diciamo: “Che bello andare a Messa la Domenica!”. Qualche volta abbiamo detto: “Che bello andare sul monte Tabor, celebrare la Messa domenicale!”? E, insieme, un’altra domanda: Durante qualche Messa, qualche ritiro, qualche preghiera abbiamo fatto proprio l’esperienza della Trasfigurazione? Abbiamo detto: “Ora che torno a casa, devo cambiare, così non parlo più, non faccio più; devo cambiare la mia vita perché ho incontrato il Signore che mi ha trasfigurato, mi ha dato la sua luce, mi ha dato la sua forza!“. E che fortuna i nostri giovani che sono a Lisbona perché possono – ed è l’augurio che faccio a tutti voi – pregare spesso con in mano il Vangelo. Ed è importante che questa sia per loro un’esperienza profonda: lettura del Vangelo per essere capaci, poi, nella vita, per sempre, – certe esperienze non si dimenticano più – riconoscere Gesù trasfigurato sul monte Tabor e Gesù sfigurato il Venerdì Santo. Solo allora uno è cristiano.
Solo quando un cristiano, un discepolo trova Dio nel dolore e nella gioia, e sa chiamarlo “mio Signore e mio Dio” nel dolore e nella gioia, soltanto allora è un cristiano. Questo è il mio augurio per i nostri giovani che proprio questa esperienza sia così bella in modo che quando si parla del Signore Gesù, crocifisso e risorto, vi sia un’emozione, l’esperienza del Tabor, per cui è bello stare lì, è bello partire da lì, avere questo squarcio di luce, è bello poter guarire nel cuore e ritrovare il nostro cuore. Per tutti noi – e ho finito il primo punto – occorre prendere di più in mano il Vangelo, leggere di più il Vangelo. Enzo Bianchi ha detto: “Il Vangelo è come un cielo notturno: più lo si contempla e più stelle vi si scorgono”.
Il secondo punto: dal Tabor si deve scendere volentieri. Pietro sbaglia. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù:“Signore, è bello per noi essere qui; se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Ma quante volte siamo così anche noi! Quante volte anche noi sogniamo la nuvoletta come lo spot televisivo: il buon caffè, la nuvoletta, il nostro rapporto con Dio, siamo lì, lo preghiamo: “Ti voglio bene! Signore, cammina con me!“. Ci piacerebbe che fosse così la vita, una specie di evasione. Invece Lui dice: “Guarda il mappamondo. Giù, giù. Guarda tutto il mondo. Il tuo posto è lì”. Niente da fare. L’esperienza cristiana è salire sul monte Tabor ma, poi, scendere dal monte Tabor e andare a Nazareth, a Gerusalemme: la vita normale, la vita quotidiana.
Il nostro Dio non vuole abitare nelle chiese soltanto; vuole abitare nella vita, negli affetti, negli affari. Vuole che la vita sia in pienezza nel mondo e sia in pienezza per tutti noi, dalla giustizia alla bellezza perché nella Trasfigurazione il colore bianco – le vesti di Gesù candide come la luce – da sempre vuol dire una meraviglia, è l’insieme delle cose più belle.
E sull’amore alla bellezza dobbiamo tutti camminare molto di più perché siamo scaduti a livello di parole, come parliamo, a livello di gesti, come ci comportiamo. Il galateo, lo stile, l’educazione, la signorilità ormai tutto è perso. Siamo diventati volgari e violenti nei gesti e nelle parole. Invece, no. Trasfigurazione. Gente che ama la bellezza, le cose belle, che le sa creare e tramettere.
Credo che il credente dovrebbe annunciare solo questo: la bellezza di Dio, un Dio solare, bello, attraente, innamorato. Dovremmo, come diceva il teologo von Balthasar “far slittare il significato di tutta la catechesi, di tutta la morale, di tutta la fede: smetterla di dire che la fede è cosa giusta, vera, santa, doverosa (e mortalmente noiosa aggiungono molti) e annunciare invece la parola del Tabor: Dio è bellissimo”.
Allora capite che salire sul monte Tabor vuol dire fare questa esperienza di diventare, come diceva don Tonino Bello, contemplattivi, mettere insieme la contemplazione e l’azione, contemplattivi, in modo che sia la preghiera una sorgente: uno viene qui in chiesa oppure le preghiere del mattino, uno prega, beve a questa sorgente, sente il monte Tabor, la ricorda – ricordare vuol dire mettere nel cuore – e, poi, con questa luce, con questa forza affronta il quotidiano e i momenti bui della vita.
Per cui termino citando alcuni Ebrei che durante la Seconda Guerra Mondiale sul muro di una cantina di Colonia hanno scritto queste parole – e sapete cosa voleva dire essere Ebrei in quel momento, in quella cantina – “Credo nel sole anche quando non splende. Credo nell’amore anche quando non lo sento. Credo in Dio anche quando tace”. Questo è il mio augurio per questa settimana e per la vostra vita cristiana.
Don Luciano Marchetti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 6 agosto 2023



