SCARPERIA E SAN PIERO – I sacerdoti del Vicariato del Mugello, a turno, propongono una riflessione tratta dalle letture della Messa domenicale. Oggi è la volta di don Binu Francis Joseph Pandaraparambil, viceparroco di Scarperia.
Oggi iniziamo l’Avvento, il tempo della preparazione e della vigilanza. Nel Vangelo di oggi ascoltiamo l’immagine di un ladro che arriva nel momento in cui non ce lo aspettiamo: un richiamo forte all’importanza della vigilanza nella nostra vita cristiana. In questo contesto leggiamo questa poesia e riflettiamo.
IL LADRO E LA CASA
La casa era bella,
pietre adornate di fedeltà eterna,
finestre antiche respiravano luce,
porta ferrata prometteva veglia,
il duomo dorato, alto e superbo,
corona d’imperatore
sull’orgoglio delle sue mura.
Tutti si inchinavano
alla bellezza della casa;
ma il padrone era pigro:
la lasciava aperta,
e i suoi occhi vagavano
come foglie nel vento,
perduti nella bellezza della casa.
Poi la luce si spense.
E un buio profondo, nato dall’abisso,
avanzò come un’ombra pensante:
entrò nella casa
con mani sporche di mondi lontani,
abbracciò le sue pareti
come un amante traditore,
e con la bocca calda
sfiorò il cuore della casa
di un bacio avvelenato.
Il guardiano — la coscienza —
rimaneva immobile,
incantato ancora
dal duomo dorato.
A mezzanotte,
quando la pioggia accarezzava i tetti
e il padrone dormiva
nel sogno della sua bellezza,
il buio cambiò volto:
le mani sporche
si contorsero in serpente,
e la bocca ardente
sputò fuoco
sul silenzio della casa.
Le finestre antiche
chiusero le loro dita tremanti,
la porta ferrata
abbassò il suo sguardo pesante.
Il corpo della casa
fu lambito dal serpente
come marcia mela,
il cuore della casa
fumò sotto il fiato del fuoco.
E il duomo dorato,
alto e vuoto,
rise come uno stolto,
senza sapere
che quella stessa risata
aveva invitato il ladro
nella notte.
Riflessione
Questa poesia è una parabola sull’anima umana.
La casa non è un edificio: è il cuore, il luogo dove abita ciò che siamo davvero. È bella, solida, ricca di memoria e di luce: Dio l’ha voluta così. Ma anche le case più splendide non sono invulnerabili.
Il “duomo dorato” che si innalza sopra le mura è l’immagine più eloquente: rappresenta l’orgoglio, la nostra apparenza di bellezza, che ci piace guardare e vogliamo mostrare agli altri. È proprio questo splendore a distrarre il padrone, che ammira la propria bellezza e dimentica di custodire la porta.
La poesia dice una grande verità spirituale: il pericolo maggiore non viene dal buio, ma dalla distrazione.
Quando la luce si spegne, arriva il buio. Non come una semplice notte, ma come una presenza viva, che entra silenziosa e quasi affettuosa. Il male si presenta così: non spaventa, seduce. Non colpisce, accarezza. Non ruba, bacia. E l’uomo — incantato dalle proprie sicurezze — non se ne accorge.
Il guardiano, che dovrebbe vigilare, guarda altrove. La coscienza è distratta dalla parte più brillante dell’ego, non dalla verità. La poesia ci ricorda la parola evangelica: “Se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro…”
La casa si perde non perché debole, ma perché non veglia.
Poi arriva la mezzanotte: l’ora della vulnerabilità, dell’inganno che mostra il suo vero volto. Il buio diventa serpente, la carezza si fa veleno, il bacio si fa fuoco. È il momento in cui la tentazione diventa abitudine, l’abitudine diventa ferita, e la ferita diventa devastazione.
La casa soffre.
Il corpo è morso, il cuore fuma, la luce interna si spegne.
Ma il duomo dorato — l’orgoglio — continua a ridere. È l’immagine più dura della poesia: l’orgoglio è cieco, ride mentre la casa brucia, si vanta mentre tutto crolla.
La poesia ci consegna un’immagine essenziale:
non basta essere una casa bella,
non basta avere mura forti,
non basta avere una storia luminosa.
Se il padrone dorme, se la coscienza non veglia, anche le case splendide diventano preda della notte.
È un invito a custodire il cuore,
a non lasciare la porta aperta agli inganni morbidi,
a non fissare lo sguardo sul nostro splendore
ma sulla presenza che può venire,
come un ladro,
nell’ora che non immaginiamo.
Alla fine, la poesia ci consegna una domanda silenziosa, forse la più importante:
di quale parte della nostra casa siamo custodi, e di quale siamo semplici spettatori distratti?
La poesia è un invito a ritornare alla vigilanza evangelica, non per paura del ladro, ma per amore della casa. Perché l’anima è preziosa, fragile, splendida e merita occhi attenti, non sguardi distratti.
Merita custodia, non abbandono.
Merita luce, non baci avvelenati.
Don Binu Francis Joseph Pandaraparambil
viceparroco di Scarperia
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 30 novembre 2025


