
SCARPERIA E SAN PIERO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve con la passione per i viaggi e la scrittura, ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, che racconterà nel suo diario online sul Filo del Mugello. Ecco la terza parte del suo racconto settimanale (qui la prima parte e qui la seconda parte e qui la terza):
La Repubblica Dominicana ha due stagioni: la stagione secca, da Novembre ad Aprile, e la stagione delle piogge, da Maggio ad Ottobre. Settembre e Ottobre, in particolare, sono spesso definiti come “el tiempo de los huracanes”, anche se il cambiamento climatico ha reso estremamente raro il passaggio degli uragani sull’isola. Più semplicemente, fa molto caldo e si registrano tassi di umidità tali che io, che in Italia non sudo neanche quando vado a correre ad Agosto, dopo una camminata di venti minuti sono da strizzare. Molti dominicani portano con loro un piccolo asciugamano per il viso. Il tempo di passarlo, e la pelle s’imperla nuovamente di piccole gocce di sudore brillante.

Piove spesso ma non molto a lungo, e le nuvole arrivano improvvise, come un tappeto uniforme, e per mezzora il cielo cade in verticale, ripulendo lo smog di Santo Domingo e chiamando per strada i bambini, attratti dall’odore della pioggia sull’asfalto caldo. Quando piove per più di qualche ora, la città diventa una piscina, con tanto di barche nei vicoli e tuffi dai primi piani. Le scuole e gli uffici pubblici chiudono non appena arriva la comunicazione dal governo. Le lezioni vengono interrotte e gli studenti tornano a casa.
La prima volta che mi è successo, la prima ora era iniziata da venti minuti. Due giorni fa (martedì 21 ottobre) è successo di nuovo, ma in modo diverso. Già dalle 8:00 mi avvertono che sta arrivando una tormenta tropicale: la tormenta Melissa. L’onomastica dei cicloni e delle tormente mi incanta. Melissa, per me, è una compagna delle elementari dagli occhi verdi, la cui mamma faceva incredibili lavoretti con la pasta di mais. Non riesce a spaventarmi fino in fondo.
La perturbazione si sta muovendo in modo imprevedibile, ma sembra che dal centro del Mar dei Caraibi stia risalendo verso l’isola. Alle 13:30 arriva la decisione del governo: allerta rossa in tutta la regione. Me ne accorgo mentre sto preparando la lezione delle 14:15 in sala professori (due banchi in mezzo al corridoio del primo piano): file disordinate e sorridenti di studenti mi passano davanti con lo zaino sulle spalle. Alcuni sono attesi da un adulto, altri da un moto-taxi mandato dai genitori, altri ancora se ne vanno da soli. Quest’ultimi vengono sottoposti a un breve interrogatorio dalla direttrice, sor Miledy. Vai dritto a casa? Sì. Senza deviazioni? Sì. C’è qualcuno che ti aspetta a casa? Sì. Chi è? Mi abuela. É sempre la nonna che aspetta a casa, quasi fosse un copione

.Quando tutti gli studenti sono usciti, Yeuris, il dolce professore di inglese, si offre di accompagnarmi in auto. “Non ti lascio andare con la guagua” (che qui, per tutti, è il bus pubblico), mi dice. Passo il viaggio a disegnare con sua figlia, sui sedili posteriori. A casa le suore ci hanno appena portato la spesa (il contratto del Servizio Civile prevede vitto e alloggio coperti dall’associazione). Esco per recuperare un bottiglione di acqua come scorta. Il nubifragio mi coglie a cento metri da casa, inzuppandomi completamente. Una volta rientrato, mi asciugo e metto in carica il telefono e la power bank, poi rinforziamo i vetri con lo scotch per le raffiche di vento e mettiamo asciugamani sotto le finestre da cui sta entrando acqua. Ci prepariamo a due giorni di temporali e ritrovo le sensazioni della pandemia.
Quando tutto è al suo posto mi sistemo sulla sedia a dondolo e mi metto a scrivere. Ripenso alla prima volta che sono stato sorpreso dalla pioggia, ormai più di un mese fa. Era, di nuovo, un martedì: il mio secondo laboratorio di calcio con i ragazzi delle medie. Passo classe per classe a chiamare i venti che hanno scelto questa attività e usciamo dal doppio cancello, diretti verso il campo da baseball. Josè Luis, che con la sua autorevolezza pacata è riuscito nell’impresa di convincere gli allenatori dei quattro angoli (vedi episodio precedente), ci accompagna: ancora non si fida del tutto, come è normale, specialmente quando si tratta di bloccare il traffico per far attraversare la strada ai ragazzi, coi motorini che sfrecciano impennando e tentando slalom fra i pedoni. Mi gusto la tranquillità che la sua presenza mi infonde.

Non ho ancora finito di spiegare la prima attività che, senza preavviso, il cielo cade: prima in grossi goccioloni e immediatamente dopo come una massa compatta. Molti cercano rifugio sotto le panchine di cemento ma alcuni chiedono supplicanti di non annullare l’allenamento. Guardo Josè Luis che mi sorride un “còmo quieren” e si sistema in panchina, con la camicia azzurra d’ordinanza zuppa. In pochi minuti però, l’intensità dell’acqua e i primi lampi mi costringono a interrompere, siamo fradici. Sotto le panchine il fango corre in torrenti e piovono cascatelle dal tetto crepato. Quando spiove il campo è un lago e non sono riuscito a imparare che cinque o sei dei venti nomi.
Mentre torniamo a scuola, alcuni ragazzi si lanciano ridendo sotto i getti d’acqua che traboccano dalle grondaie. Molli per molli, penso, almeno sono felici; ma temo già la ramanzina che mi aspetta. Con mia grande sorpresa, Josè Luis mi propone di continuare l’allenamento nel corridoio e di spostarmi nel cortile a fianco non appena smetterà di piovere. Un po’ incredulo, organizzo un torneo tre contro tre con una sola regola: chi segna rimane, chi subisce la rete esce. Vince la squadra che resta in campo al suono della campanella. Il baccano è infernale fra grida, proteste, esultanze e pallonate alle pareti e alle porte dietro le quali si stanno svolgendo le lezioni. Ma nessuno dice niente, nessuno esce per lamentarsi o chiederci di smettere.
Sono teso e confuso mentre mi godo le guance dei ragazzi, imporporate dallo sforzo, le esultanze e gli abbracci ad ogni goal. Non so ancora i loro nomi, li guardo e vedo solo dei ragazzi che giocano a calcio. Non so niente delle loro storie, dell’intreccio delle loro gioie e delle loro sofferenze. Li guardo e vedo solo quello che si vede con gli occhi. È ancora troppo presto, ma già, fra le emozioni di questa giornata di pioggia, sta nascendo un legame. Nel frattempo si è avvicinata la direttrice, suor Miledy, con l’uniforme bianco e l’aria da Grande Inquisitore che si scioglie ogni volta che si china per parlare a un bambino.
Ma io non sono un bambino. “I ragazzi non possono rientrare in classe in queste condizioni”, dice. Confermo senza aggiungere altro, aspetto la ramanzina che tante volte ho ricevuto in Italia per un’uscita in giardino fuori orario, un pallone sottratto alla palestra per darlo ai bambini, un ginocchio sbucciato… invece lei si allontana di qualche passo e continua a osservarci, ha le braccia conserte. Qualche secondo prima del suono della campanella, il gol di Rafael decreta la squadra vincitrice, i ragazzi si abbracciano e si danno pacche sulla schiena, gridano sotto la pioggia le loro emozioni impagabili. Mi giro: suor Miledy è raggiante, ha le braccia al cielo mentre fa i complimenti al goleador.
Fischio la fine e chiedo ai ragazzi di non entrare in classe ma di farsi portare gli zaini dai compagni asciutti; liquido rapidamente le proteste di uno di loro sull’irregolarità dell’ultimo gol. Sor Miledy mi si avvicina, è di nuovo seria. “Sono contenta di vedere i muchachos tanto entusiasti” dice, poi aggiunge: “il bambino che ti stava parlando è autistico: ascoltalo sempre con attenzione. É molto importante”. E se ne va a sorridere ai bambini della pre-primaria che stanno uscendo, disposti a trenino. Io rimango di stucco: non mi chiede ordine o disciplina, né decoro, solo esige ascolto per i suoi ragazzi che ha guardato giocare sotto la pioggia, gioendo della loro gioia, mentre le pallonate sporcavano i muri del corridoio.
Quando esco piove ancora, come pioveva a Piadena il 2 ottobre 1964, primo giorno di scuola per la prima elementare del Maestro Mario Lodi. Con il racconto di quella giornata di pioggia si apre “Il paese sbagliato”, il diario didattico che mi ha fatto innamorare di questo mestiere. Il capitolo s’intitola “Un giorno come un seme” perché dentro quel giorno, coi suoi imprevisti e i suoi disordini, c’è, in potenza, tutto quello che serve per una scuola che può reinventarsi in mille modi e fare a meno di tutto, salvo l’attenzione allo studente, l’Essere verso lo studente.
Giovanni Berti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 26 Ottobre 2025



