MUGELLO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, un’esperienza particolare che sta raccontando nel suo diario online sul Filo. Ecco il suo nuovo resoconto settimanale
Penso da qualche anno che la geografia sia una delle branche del sapere più sottovalutate e meno sfruttate, ridotta, come è stata per me, a un elenco morto di province da imparare e di attività produttive da ripetere. Nel gennaio del 2022, poco dopo la mia laurea triennale e giusto un mese prima di iniziare il mio viaggio nel mondo dell’educazione, sono andato a Parigi a trovare un amico, di professione studente, fotografo di periferie per vocazione. Abbiamo passato assieme quindici fra i più bei giorni della mia vita, macinando i chilometri coi piedi sulle strade e gli occhi ai tetti scuri e ai cieli stretti della città.
Passavamo le giornate facendo cose stupide e fondamentali, come stare ore a guardare la Senna, percorrere binari abbandonati per raggiungere una bella panchina e incantarci nel silenzio di Père-Lachaise. Parlavamo per ore e io cercavo nelle sue parole il segreto che vedevo nei suoi occhi dietro l’obiettivo: ciò che rende un muro colorato a Belleville, più interessante dei Grands Boulevards; ciò che ci faceva sentire spettatori inutili nella piazza immensa dell’Opéra e così vivi nei vicoletti di Montmartre. Probabilmente eravamo solo due bischeri che sopravvalutavano il ruolo che le poesie di Antonio Prete avrebbero avuto nel loro futuro. Se un segreto c’era, non ci sono ancora arrivato, ma la relazione fra le persone e lo spazio, la geografia, appunto, è diventata per me una piccola ossessione: ho iniziato a cercare i posti che facessero a me quello che Belleville faceva a lui. Accenderlo. Ho iniziato, allo stesso tempo, a fare attenzione alla capacità di alcuni luoghi di spegnermi.
La notte che ha preceduto il mio primo viaggio in guagua (il bus) in solitaria, quasi non ho dormito. Continuavo a sognare di perdermi in una città troppo grande. Ho ritardato la sveglia il più possibile, preparato lo zaino con cura maniacale e mangiato pane e burro di arachidi, come chi ha bisogno di energie per un lungo viaggio. Una volta uscito mi sono sentito un naufrago alla deriva in un oceano urbano. Mi capita sempre al primo contatto “libero” con le città troppo grandi e troppo lontane. Kinshasa mi aveva paralizzato già al primo passo fuori dall’aeroporto. A Lima, per due settimane, non mi sono permesso che passeggiate entro mezz’ora dall’alloggio. Un posto più è grande più mi fa paura, meno lo conosco e più lo riempio coi miei incubi.
Insomma, sono fuori. Siamo solo io e la Città. Non ricordo niente delle mille indicazioni di suor Elizabeth. Procedo a tentativi verso la fermata del bus, appigliandomi a ogni punto di riferimento che riconosco: il tombino sollevato che si apre come un abisso in mezzo al marciapiede, la cooperativa Futuro Seguro, il colmadito (bar-alimentari) che fa angolo fra una casa rosa e una azzurra. Quando arrivo al muro grigio chiaro con scritto NO TIRE BASURA, so di essere arrivato. Attendo una guagua non troppo piccola (“su quelle rubano”) né troppo grande (“quelle vanno fuori città”), una “da trenta posti. Possibilmente la 23 o la 27, ma chiedi appena sali se passa dall’incrocio fra la San Martin e la Tiradentes. Lo sanno loro”. La mia prima guagua è una 27A e, appena la vedo sbucare, penso che mi pare impossibile che l’autista veda la strada, dato che la scritta TODO SE LO DEBO A DIOS occupa completamente il parabrezza.
Le numeroso ammaccature laterali sostengono la mia tesi. Mi abbaglia e si accosta, dalla portiera si sporge un ragazzo coi rasta che grida “Nueve, nueve, Arcarrizo, Nueve”, fissandomi. “Pasa por la Tiredentes?”, chiedo. “Claro, caballero”. Salgo e mi accomodo. La guagua è vuota. Teoricamente, dovremmo andare tutto a dritto sulla San Martin; ricordo che devo scendere alla pompa di benzina (bomba, in spagnolo) della Total Energies, che con Francesca abbiamo soprannominato la Bomba Total. Eppure, mentre il ragazzo coi rasta mi tempesta di domande e mi chiama rubio, l’autista si infila in un labirinto di vicoli. Mi guardo attorno preoccupato. “No te preocupes, rubio”, mi dice quello che grida dalla portiera, “così scansiamo il tapòn (traffico)”. Dopo aver rischiato una decina di tamponamenti, vengo lasciato al mio angolo. Lascio i soldi al gridatore che mi benedice con tanto di palmo sulla fronte e mi batte il pugno. Il suo gesto cambia il colore del mio umore. Scopro solo in seguito che mi ha rubato quindici pesos. Una guagua standard da trenta posti costa 35 pesos (poco meno di 50 centesimi), 40 se ha l’aria condizionata. Io ne ho pagati 50.
Cammino sul lato di Avenida Tiradentes la prima di un anno di passeggiate. Dalla Bomba Total all’arbusto di trinitaria che sta davanti alla scuola impiego circa mezz’ora. Quando dico che arrivo camminando, mi guardano come se venissi a piedi dall’Italia. La maggior parte dei dominicani si fa dare uno strappo da una delle numerosissime “macchine pubbliche” anche per fare duecento metri. “El gringo no sabe tomar el carrito publico”, dicono. So, invece, ma non voglio… e poi non sono gringo, rispondo sorridendo. Ogni mattina, percorro questi due chilometri cercando di immergermi nel vita, ancora sonnolenta, del barrio. Scanso le montagne di spazzatura e i tombini lasciati aperti. A volte trattengo il respiro per non respirare una zaffata di immondizia o la nuvola nera di una macchina tutt’altro che elettrica. Sbircio i vicoli che odorano di fritto e hanno il colore delle padelle unte annerite dalle fiamme. Mi chiedo quanto dovrò aspettare prima che il mio stomaco sia pronto a reggere i “tre colpi” della classica colazione dominicana: salame fritto, uovo fritto e platano fritto. Ancora non me la sono sentita. Il barrio al mattino è tranquillo, ancora mezzo addormentato. Quando cala il sole si trasforma in una baraonda di dembow (una variante del raggaeton particolarmente popolare in Repubblica Dominicana) e motorini e i miei passi si fanno più inquieti. Mi sono fatto tre “amici”, mi salutano ogni mattina: “qué lo que?”, mi dicono, che è il saluto di strada più popolare del paese. Due di questi sono l’incarnazione di uno degli archetipi dell’America Latina: l’uomo che sta solo e aspetta, perennemente seduto sulla sua sedia di plastica. Non importa l’ora a cui passi, li trovi. Ti salutano affabili, come un generosi re della strada. Non ho mai avuto con loro una conversazione che superasse i dieci secondi, ma prometto di indagare più a fondo, per capire quanto la realtà si può avvicinare a un racconto di Arlt.
Al mio arrivo a scuola sono vestito di sudore ma sollevato. Il primo temutissimo viaggio è andato: meno si conosce una cosa, mi ripeto, più la si teme; dunque il peggio è passato. Eppure la geografia ha ancora qualcosa da insegnarmi.
Interessarsi alla relazione fra le persone e le spazio significa ammettere la possibilità che, percorrendo uno stesso percorso, una persona diversa possa vivere un’esperienza completamente diversa. A pranzo mi raggiunge Francesca, che la mattina lavora vicino casa. Il suo viaggio è stato un incubo: seguita da un uomo in motorino che la chiamava “mi amor”, dardeggiata di fischi e bacetti, è stata “salvata” da un’anziana che le si è messa accanto. Lo spazio non è neutro, penso, è un contenitore di ostacoli variabili da persona a persona. Gli uomini che mi battono il pugno o mi ignorano, sono gli stessi che fischiano a lei; i marciapiedi troppo alti che mi fanno sorridere, gli stessi che rallentano la fuga dall’uomo che ti pedina o che costringono un’anziana a cambiare strada.
Cercando un po’ sul tema, ho trovato numerosi articoli delle ultime settimane. Sembra che in Olanda, dopo l’omicidio di una diciassettenne in una strada troppo vuota e troppo buia, molte città abbiano iniziato a interrogarsi sulla propria urbanistica, sulle proprie strade pensate per essere abitate da uomini. Spazi che niente sanno delle paure di una ragazza, come niente ne so io, se Francesca non me lo racconta a pranzo. Uno degli articoli che ho letto si chiude così: “una strada per una ragazzina è una strada per tutti”. Nel frattempo le suore hanno deciso che è meglio che io e Francesca andiamo assieme, al mattino.
Giovanni Berti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 9 novembre 2025



