1943. La storia di un borghigiano di 11 anni ferito alla testa da una scheggia di bomba

Quel che rimase del viale della Stazione (attuale viale della Repubblica) dopo il bombardamento del 30 dicembre 1943
BORGO SAN LORENZO – Nell’attesa che a Borgo venga riconosciuta la medaglia al valore civile – richiesta fatta qualche anno fa, attualmente stanno esaminando le domande del 2012 – oggi vengono ricordate nel comune mugellano le persone che hanno perso la vita nel bombardamento del 1943 (articolo qui), “perché la storia – ha detto il sindaco Paolo Omoboni – non sia solo un ricordo, ma un monito per il futuro”. Pubblichiamo il racconto di Rossella Sargenti su quel tragico evento di settantatré anni fa, una storia che gli ha raccontato suo babbo, Silvano. Il bombardamento dal punto di vista di un uomo anziano, allora un ragazzino di 11 anni che fu ferito gravemente da una scheggia di bomba che colpì la sua piccola testa di bambino.
30 dicembre 1943
Quella mattina non era freddo. Era inverno, eppure l’aria non era pungente come un 30 dicembre qualsiasi ti porterebbe a pensare. C’era luce e c’era rumore: il rumore di persone affaccendate, in procinto di andare al mercato come tutti i martedì. C’era il rumore delle chiacchiere nell’aria, come una qualunque, normale, mattinata di paese. C’era anche la fame, come sempre da un po’ di tempo, del resto. Silvano la sentiva fin dalla mattina presto, quel poco latte che aveva bevuto e la fetta di pane con un po’ di zucchero gli avevano riempito lo stomaco lo spazio di un’ora. A undici anni, a volte, ci si mangerebbe il mondo. E tra poco era l’ora di pranzo.
Stava correndo su e giù per Santa Lucia insieme agli altri ragazzini, con le sue scarpe sfondate . Era il modo migliore per cercare di fregare i morsi allo stomaco. A vederli correre, mentre cercavano di arrivare per primi in fondo alla via, a sentirli gridare, ci si poteva dimenticare per un attimo che c’era la guerra.
Aveva passato la mattinata in officina, con il nonno Cesare. Gli aveva mostrato come battere il ferro, da che parte prenderlo e a misurare la forza a seconda di quello che si voleva fare. A Silvano piaceva stare a guardarlo, ammirava quella forza e quella precisione. Non vedeva l‘ ora di poter fare quei meravigliosi arabeschi con il ferro. Gli capitava di incantarsi in mezzo alle scintille e ai colpi di martello, di stare a guardare a bocca aperta quando si preparavano gli stampi da riempire con il piombo.
E invece per il momento si doveva accontentare di tenere puliti gli attrezzi. Oppure, come era successo quel mattino, ricevere un regalo dal nonno: “trova i pezzi che mancano e rimontalo”, gli aveva detto mostrandogli un accendisigari malandato. Sarebbe stata la sua creazione, la possibilità di dimostrare quanto era bravo e che ormai era pronto .
Era in quinta elementare. Non amava particolarmente la scuola e lo studio. Preferiva usare le mani, costruire, creare, forgiare qualcosa. Sapeva di avere delle mani portentose, a volte le osservava nella speranza che diventassero di colpo grandi e forti. Così come sapeva che sarebbe diventato un fabbro, il migliore, e che avrebbe fatto fiorire la piccola officina laboriosa del nonno: quel nonno che, parecchi anni prima – ma poteva essere anche adesso, perché sempre tempi tristi di guerra erano – si era rifiutato di forgiare i bossoli per fucili e mitraglie, quel nonno che niente voleva avere a che fare con armi e guerra. Anche se, a dirla tutta, Silvano non capiva bene perché: in fondo sarebbero stati pagati bene. Era soprattutto l’ovvia conseguenza di mangiare in maniera decente che lo lasciava perplesso al riguardo.
Si era stancato di correre. Era di nuovo dentro l’officina, alla ricerca di quei pezzetti, un paio di minuscole scatoline di ferro, per trovare il modo di rimontare l’accendisigari. Il nonno era già salito per il pranzo: certi riti esigono la loro ferrea puntualità, anche quando nel piatto non c’è abbastanza per riempire lo stomaco. Era già indiscutibile segno di buona sorte se la domenica si riusciva a mangiare il bollito. O un pezzo di pollo. Dio, com’era buono. Ancora quattro giorni, siamo solo al martedì.
E poi quel rumore. Non uno dei soliti che si sentivano là, in mezzo a torni e frese. Veniva da fuori e sembrava sempre più vicino. Corse nel piccolo orto dietro l’officina ed alzò lo sguardo. Gli aerei non li aveva mai visti. Ne aveva sentito parlare, quello sì, a volte un po’ sottovoce dai vecchi. Da qualche mese sembravano tutti aspettare qualcosa. Incuriosito da quegli aerei che stavano arrivando, non aveva idea che si trattava proprio del Qualcosa.
Il cielo era limpido, terso come solo può essere in una giornata d’ inverno. E gli aerei erano tanti, sembravano uccelli che via via si facevano più grandi, più numerosi, più minacciosi.
Un boato. Il nero. Il dolore. E poi più niente.
Se noi siamo qui.
Potrei, a questo punto, andare dritta al 6 di gennaio 1944. Ma prima voglio parlarvi degli attimi e delle ore che seguirono il boato ed il buio. Un po’ sapendo quel che è stato, un po’ provando a immaginare cosa deve essere stato il Durante e l’ immediato Dopo delle bombe. Di tutto ciò lui, mio padre, non può ricordarsi; e quello che gli hanno raccontato in seguito è quel poco, o quel tanto, che lo riguarda. Vi parlerò anche di una Donna e di un Uomo che hanno permesso che io fossi qui a smuovere un po’ la memoria di un anziano padre e a mettere insieme parole ed emozioni.
Non c’era tempo per scappare, per provare a rifugiarsi in qualche cavità vicino al Sieve. Chi abitava nel cuore di Borgo, via Lapi, via Giotto, o vicino alla stazione ferroviaria, non ebbe il tempo di ripararsi e fu investito dal carico di bombe della squadriglia alleata di B25. Quel giorno volevano distruggere la linea ferroviaria, che restò praticamente illesa, e ad essere distrutte furono intere famiglie di borghigiani.
Quanto tempo può essere durato ? Quanti minuti impiegarono per sganciarle tutte, le bombe ? Quanto può durare un massacro e la percezione che sta accadendo? Forse poco più, o poco meno, di una manciata di minuti; forse… se vogliamo credere che lo fecero con tutta calma.
Siamo lì a terra con loro, sotto la polvere, sotto i muri crollati, o per la strada con le braccia sulla testa come se potessero proteggerci, o alzate a imprecare . Sono gli istanti dopo che l’ultimo aereo in coda alla squadriglia ha lasciato andare giù l’ultima bomba. Per un’ altra manciata di lunghissimi minuti si sente solo il silenzio. Prima che comincino le urla, i pianti, i nomi gridati, il rumore della gente che scava, quello delle ambulanze. C’è solo il Silenzio.
Ma manca tutto per un vero soccorso: i pochi mezzi non possono portare i feriti all’ospedale, manca la benzina e il primo carburante arriva ore dopo l’incursione, quando ormai l’ambulatorio del paese è già pieno di morti e feriti; mancano le barelle, anche solo per adagiarli in attesa di trasporto; mancano i lacci emostatici e le garze sterili per cercare di tamponare le ferite.
Provo ad immaginare mio padre, a vederlo come nella scena di un film. Mi affido alle emozioni e quindi lascio il posto alle parole. Silvano è immerso in quel Silenzio, tutto intorno a lui è buio. Non sente i suoi genitori che lo chiamano, che urlano il suo nome, che gridano aiuto. Non si accorge che tentano di prenderlo in braccio. Ma non possono fare niente: ha una ferita alla testa, un buco da cui esce sangue, e non solo. E corrono. Corrono a cercare qualcuno che li possa aiutare, che lo porti subito all’ospedale.
Riescono a portarlo all’ ospedale di Luco, grazie ad un barroccio trovato da un amico. E lui è insieme ai feriti e a agli oltre 80 morti di quel giorno, con una piccola enorme scheggia di bomba conficcata in testa. In mezzo alla confusione, alle urla e ai lamenti, quel corpo esile pare non esserci più. Non si accorgono subito che respira ancora, passa un po’ di tempo, forse qualche ora. Ho in testa l’immagine di una stanza mortuaria, fredda, illuminata dalle candele, con i cadaveri distesi l’ uno accanto all’altro. In mezzo a loro c’è un bambino di 11 anni aggrappato a un filo sottile che accanito resiste oltre ogni umano limite.
C’è una donna che si aggira tastando i polsi e cercando di portare aiuto, pallida, sudata, instancabile: è la levatrice del paese, la signora Elmi. Si ferma lì dove c’è Silvano, vede tutto quel sangue e la ferita alla nuca, quel taglio che nelle mia mente di bambina, in silenzio davanti ai racconti, ha sempre avuto l’immagine di uno squarcio raccapricciante. Non ce la fa a passare oltre ed il gesto di avvicinarsi alla ricerca di un respiro le viene automatico. E’ uno di quei segni del destino, in fondo: colei che si adopera per mettere al mondo, che scuote in attesa del primo strillo, sente che è vivo, ancora, nonostante tutto. Ed è come se gli desse di nuovo vita, come se Silvano si aprisse di nuovo a un lungo primigenio pianto.
Il dottor Ceri arriva. Altro segno del destino: è in licenza, quel giorno è lì solo perché la guerra e la morte gli hanno dato un permesso premio, solo qualche giorno. I genitori di Silvano lo implorano di fare qualcosa: “Ha solo 11 anni dottore, la prego lo salvi”.
Lo portano in sala operatoria. Nel caos e nella disperazione di quel 30 dicembre e di quelle ore, nella pressoché totale mancanza di tutto quel che serve al pronto intervento, riuscire ad operare qualcuno che a malapena respira, ad allestire un’ operazione chirurgica d’urgenza, è qualcosa di straordinario. Ed è un vero e proprio Miracolo di quelle mani, l’operazione va fino in fondo e il ragazzino è vivo, respira da solo. C’ è solo da aspettare, vediamo nei prossimi giorni, dice il Dottore.
Quand’è che nel buio in cui Silvano è avvolto la Donna e l’Uomo, tutti e due vestiti di bianco, hanno preso le sembianze di due Angeli che lo prendono per mano e gli dicono: “Guarda laggiù in fondo c’è un po’ di luce?”
Sono giorni di silenzio per lui, di assenza di luce. Per gli altri sono ore e giorni di veglia, di preghiere. Se ne sta immobile col suo respiro lento ma tenace, mentre il babbo, la mamma, i nonni si danno il turno ad aspettare. Sente delle voci? Riesce a intravedere delle ombre, a percepire la presenza di qualcuno, lo sfiorare di una mano? Alla mia domanda, mio babbo ha sempre risposto che dal rumore degli aerei al momento del risveglio, il giorno della Befana, non ha nessun ricordo, è come un buco nero, sa solo quello che gli altri lo hanno aiutato a ricostruire.
È il 6 gennaio e voglio immaginarmi la Scena. Fuori c’è il sole, dalla finestra i raggi entrano di sbieco e portano calore. Silvano è ancora addormentato, disteso nel suo letto dietro le tendine, ma la febbre è passata. Le infermiere passano a controllare e a dare un saluto ai familiari. Piano piano i suoi occhi si aprono, fanno un giro su ciò che lo circonda. “Dove sono? Che ci faccio qui?”
Sente il brusìo di voci, chissà se ne percepisce il sorriso accennato di chi ha una speranza. Sono lì intorno a lui e lo guardano come inebetiti da qualcosa che è proprio Grande, Dio, il Fato, l’ Uomo, ma sì è stato Dio e tutte le nostre Preghiere.
Il Dottore è cauto, dice ai genitori che Silvano è vivo, sì; si muove, le sue braccia, le sue mani, le sue gambe sembrano le stesse di prima, ma è ancora presto per sapere se la sua vita sarà la stessa di prima, se potrà parlare di nuovo, se potrà ordinare i suoi pensieri come un ragazzino qualunque di 11 anni. Dobbiamo aspettare, in fondo il Miracolo è già avvenuto.
In quel via vai di speranza, ad un certo punto, dopo più di un mese, ecco che arriva un punto fermo: il nonno porta il suo “regalo”, l’accendisigari. Silvano, nel suo letto, ce l’ha lì fra le mani. Ti ricordi? gli chiede il nonno, prova a smontarlo, vediamo se lo sai fare ancora.
Fuori, lontano sulle montagne e nei cieli delle città, infuria la guerra: e loro sono lì ad aspettare che un ragazzino smonti un accendisigari. E lui lo fa; lentamente, ma inesorabilmente lo smonta pezzo per pezzo. È il momento della certezza: ce l’ha fatta davvero, sarà dura riappropriarsi delle abilità, della parola, dell’udito, ma ce la farà. Le sue mani seguono ciò che la sua mente elabora e questo è tutto quello di cui ha bisogno.
Mio padre, 11 anni, tornò alla vita. Una di quelle cose incredibili e inimmaginabili che solo nei momenti più terribili accadono. Dovette ricominciare dalla prima elementare: non ricordava come si leggeva e come si scriveva. A quel tempo non esistevano insegnanti di sostegno capaci di prenderti per mano e di prendersi cura solo di te. Il suo udito non è stato più lo stesso da allora, ma le sue mani sì che sono rimaste le stesse: mani in grado di piegare oggetti alla loro volontà, di modellare il ferro e di crearne pezzi unici, di aggiustare quello che per i più è da buttare.
Io e miei fratelli, se oggi siamo qui, lo dobbiamo al Caso, forse. O a Dio. O al Destino. Di sicuro a due Esseri Umani ostinati e meravigliosi, a lui che non si è arreso. I nipoti, sette nipoti, lo chiamano Nonno Martello e così, senza volerlo, hanno dato un nome a ciò che è stato per lui il senso della Vita da quel lontano 30 dicembre ’43: una vita di lavoro duro, giorno dopo giorno, affidandosi ai propri piccoli Talenti pratici, alla sua straordinaria manualità. Una sorta di candore, di incrollabile positività nell’affrontare le difficoltà e i propri limiti.
(Rubrica Dai Lettori – Lettere e Raccontalo con una foto)
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 28 dicembre 2016