MUGELLO – Identità di un territorio. Questa è la sintesi che meglio descrive un luogo particolare, caro a tanti di noi. Una storia più che millenaria. Bosco ai Frati e i frati francescani, un binomio inscindibile. Però oggi, inaspettatamente, siamo qui a fare la cronaca di un saluto che sa di addio. I frati francescani dell’Immacolata, che da oltre un decennio officiano la chiesa e risiedono in convento, lasciano il Mugello. Si chiude così un’indimenticabile esperienza che ha rivitalizzato l’intera struttura conventuale. Ora silenzio e, per chi ne avrà la forza, preghiera. Con il conforto delle parole di San Bonaventura: “Sperare è volare.”.

Sì, questa vicenda, qualora rimanesse irrisolta, lascerà in qualcuno di noi una ferita aperta. Anche amarezza, delusione, sconforto. Ma intendiamoci subito, non esiste alcun capro espiatorio o responsabile conclamato per quanto sta accadendo. La storia dei frati è questa, infarcita di tanti fatti simili, reiterati nei secoli. A volte scritti da eventi esterni, calamità naturali, disposizioni statali, soppressioni. In altri casi dettati da crisi vocazionali, periodici avvicendamenti, riorganizzazioni di ordini e congregazioni, divisioni interne. Già, fare il frate è una scelta coraggiosa, per un compito gravoso. Ma di loro, miracolosamente, ancora ce ne sono diversi, certo non tanti, ma per la maggior parte volitivi, restii ad imboccare la via dell’estinzione.
Così quando i frati francescani dell’Immacolata, che da oltre un decennio officiano la chiesa e risiedono nel convento dedicato a San Bonaventura, hanno annunciato l’ormai prossima dismissione del luogo, fra i volontari e i fedeli, è calato un velo di tristezza. La si leggeva negli sguardi, nelle posture delle facce, ancor di più la si coglieva nel silenzio che è seguito a quelle parole. Un’intera comunità, poco importa se grande o piccola, disorientata. I frati, questi, se ne vanno. Forse ne arriveranno altri, o forse no. Per ora solo grande incertezza. Vedremo.
Nella più che millenaria storia di Bosco ai Frati, per ben tre volte i francescani hanno abbandonato il convento. La prima a seguito della peste del 1349 per rientrare, dopo circa ottanta anni, con l’assegnazione al luogo scritto nella bolla di Papa Martino V, nel 1427. La seconda nel 1810, cacciati dalle normative granducali e napoleoniche, con il rientro nel 1815. La terza nel 1866, quando le leggi del Regno d’Italia, dei primi ministri Ricasoli e Rattazzi, determinarono soppressioni di ordini monastici e requisizioni di beni ecclesiastici, per rientrare nel 1870. Pillole di storia.
Poi, circa tredici anni fa un avvicendamento che ha comunque consentita la continuità della presenza religiosa dai frati francescani minori (OFM Toscana) a quelli dell’Immacolata (FFI). Ora però, per quanto ci sia possibile capire, si apre uno scenario complicato che non lascia spazio all’ottimismo. In effetti ci sono dati di fatto che non aiutano ad intravedere una soluzione alla questione, in tempi rapidi e soprattutto adeguati alla circostanza. In primis pochi frati e in secundis cospicue spese di mantenimento della struttura.
Questa è la cronaca. Potrebbe essere solo un arrivederci e non un addio. Sicché, per il momento, è inutile fare congetture su quanto possa accadere. In assenza di notizie definitive è meglio tacere. Silenzio e preghiera. Con il conforto delle parole scritte proprio da San Bonaventura da Bagnoregio (e un po’ anche di Bosco ai Frati): “Sperare è volare.”.
Gianni Frilli
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 24 ottobre 2019



