BARBERINO DI MUGELLO – No, Sorrentino non c’entra. Il Dio in questione non ha tavole della Legge da mostrarci, anche se abitualmente frequenta ambienti dove la religione viene praticata da duemila anni, e Chiese dove le sue opere vengono mostrate ai fedeli, nel tentativo di sublimare la Fede per avvicinarla a Dio, quello vero.
Ma io sto parlando del Creatore di opere fondamentali, che rimarranno nel tempo a rappresentare l’espressione massima dell’Uomo che guarda sé stesso. Giù giù…nel profondo di se stesso. Lo sguardo vivido e sereno di Giuliano Vangi ne fa emergere la sublime bellezza come la più terrificante brutalità. E’ lo sguardo del bambino innocente ma implacabile della fiaba di Andersen, che grida con disarmante e serena semplicità che il Re è nudo, e ogni volta ci presenta il conto salato delle verità che neghiamo ostinatamente ogni giorno.
Lo sguardo e la mano di Giuliano Vangi. Il primo vede le verità del mondo, la seconda le rende magistralmente visibili a tutti noi.
La mano di Giuliano Vangi che cerca quella della sua opera è un miracolo di umanità. Un ponte ideale che spezza la distanza tra la coscienza e l’inanimato. Mano nella mano, il Creatore e la sua opera si accompagnano a vicenda, si infondono coraggio e complicità, da quel tocco magico si sprigiona un’energia primitiva, antica quanto l’espressività umana. Ci rimanda ai segni lasciati nelle caverne dai nostri antenati, che aprirono le loro menti al Divino. In quel tocco lieve e potente c’è la stessa sincerità che Collodi trasmise in Geppetto e nella sua creatura, Pinocchio, il bambino impossibile che prende vita dal desiderio del suo creatore.
Il “ragazzo con giubbotto” è il giovane eterno, che guarda il mondo e la vita senza arroganza, ma con autorità. E il suo sguardo aperto dice a tutti noi: “Io ci sono!”.
Paolo Menchetti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 15 maggio 2022




