MUGELLO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, un’esperienza particolare che sta raccontando nel suo diario online sul Filo. Ecco il suo nuovo resoconto settimanale.
C’è una cosa che mi fa molta paura e una che mi imbarazza molto. È un po’ riflettendo su questa doppia verità che ho scelto ciò che avrei voluto coltivare in questo anno di Caraibi. Parto dall’imbarazzo.
Credo che la sliding door del mio rapporto con il ballo si sia chiusa fra la prima e la seconda media. Al tempo andava di moda mettersi i jeans al contrario e ballare la tecktonik. Nel primo campo me la cavavo abbastanza bene: avevo tagliato le bretelle di una salopette che mi faceva sentire un giovane meccanico e ne era venuto fuori un paio di pantaloni coi tasconi sulle cosce che i miei amici guardavano con ammirazione e i miei genitori non potevano biasimare. Il ballo mi incuriosiva e, grazie al mio compagno di banco Lapo, ero stato persino fra i primi ad imparare qualche mossa ma, un po’ la fatica di coordinare le braccia coi piedi, un po’ l’imbarazzo nel dimenarmi di fronte a tutti nel piazzale del Circolo 4 Maggio mi avevano spinto a desistere. Nei mesi, ho visto anche i più timidi e sgraziati fare grandi passi avanti frequentando i corsi a Villa Adami. Di me, lasciavo che si dicesse che sapevo ballare ma non volevo.
Da allora sono passati quindici anni e, nonostante tutte le feste fricchettone che mi hanno fatto saltare, il mio rapporto con il ballo non si è più ricucito. Non è facile riaprire una porta tenuta chiusa troppo a lungo. Il mio imbarazzo si è tutelato trovando altre strade e nascondendosi dietro il disinteresse: sono diventato un buon chitarrista ma, data la difficoltà di far fluire il ritmo dalle dita alle gambe, la porta è rimasta chiusa.
Quando sono sbarcato a Santo Domingo, non sapevo distinguere un merengue da una salsa, né un bolero da una bachata, figuriamoci accennare i passi basici. Da quel momento sono stato esposto alla terapia del bombardamento. I dominicani ballano sempre. Ballano i bambini a scuola. A cinque anni li mettono in coppia, le manine ben posizionate sulle spalle e la schiena del compagno, gli occhioni negli occhioni dell’altra e iniziano a volteggiare su merengue tambureggianti senza il minimo segno di imbarazzo; ballano i professori a ricreazione, stringendosi con intimità e ridendo come ragazzi (in allegato, un video della festa di Natale che non racconta molto della loro bravura ma quasi tutto del loro entusiasmo. Quello che sto cantando è il mio merengue preferito: El Africano di Rubby Pérez); ballano fra sconosciuti in fila in uno dei pochi autogrill dell’unica strada che porta al profondo Sud (il sud-ovest); ballano le suore; ballano nei locali della notte. A ogni brano le coppie si scompongono e ricompongono; ballano nei colmados agli angoli delle strade; ballano gli adolescenti e le ragazze; ballano le donne e gli uomini, con una naturalezza e una sensualità che, a volte, mi fanno pensare che qualcosa è andato storto nel mio modo di stare nel corpo e, forse, nella vita. Ho passato circa un mese ai bordi delle piste: raramente un ragazzo viene invitato a ballare e la prospettiva di invitare una ballerina meravigliosa a farsi pestare i piedi per cinque minuti è diventata realtà solo una manciata di volte. In questo tempo, però, ho iniziato a pensare che questa esperienza potesse essere la mia ultima chance di riaprire la porta. E anche che non voglio invecchiare senza saper ballare: ho sempre pensato alle domeniche dei nonni a ballare il liscio come a una sorta di Età dell’Oro perduta.
A metà ottobre, Nunzia mi ha portato alla sua scuola di ballo. Ogni lunedì, dalle 20:30 alle 22:30, Felix, un dominicano massiccio e sorprendentemente aggraziato, ci grida il nome dei passi e delle figure da eseguire, prima da soli e poi in coppia. Ogni pochi minuti si ringrazia la compagna e si cambia coppia. Adesso so cos’è un “mambo”, un “dile que no”, un “exibela”, un “chocolate” e un “setenta”. Ho smesso di alzare la mano e iniziato a muovere i piedi quando sento dire “el italiano” e sto scoprendo la necessità di imparare a guidare (nei balli caraibici questo ruolo spetta sempre all’uomo) e l’importanza di sapersi lasciar guidare. E che ci sono infiniti modi di fare l’una e l’altra cosa. Le mie braccia si muovono ancora troppo e il mio bacino troppo poco ma sto imparando a fregarmene e a non aver paura ad invitare a ballare ragazze infinitamente più brave di me.
So che pestare i piedi è parte del percorso ma anche che se comprassi un altro paio di scarpe, oltre agli scarponi della Salomon con cui sono partito, forse sarebbe un’esperienza un po’ più tollerabile per la malcapitata. Mi gusto, insomma, i piccoli progressi, mi innervosisco per la loro lentezza e mi meraviglio di fronte alle epifanie. Qualche notte fa, in una Plaza de Espana deserta a causa dei capricci del cielo, per la prima volta, ho sentito il mio bacino muoversi al ritmo di Lluvia di Eddie Santiago. Non è stato merito mio. La mia prima e migliore amica dominicana si chiama Ana. Fra le tante cose che riesce a fare molto bene (allego un suo video in cui appariamo entrambi. Si tratta di un appello per raccogliere giocattoli in vista della nostra imminente partenza per la Missione de La Descubierta, villaggio a pochi chilometri dal confine con Haiti, di cui racconterò nelle prossime settimane), Ana di lavoro è una ballerina: fa parte della compagnia di danza della Repubblica Dominicana, una delle tre compagnie di artisti finanziate dal governo. In pochi minuti mi ha mostrato, scomposto e guidato nel movimento come se stesse insegnando ad un bambino a fare un origami. Ha incredibilmente funzionato e, finché non è arrivato il suo uber, mi sono sentito un ballerino decente. Poche ore dopo, un bus da cinquanta posti mi portava a Nord, verso la mia seconda passione dominicana, quella della mia grande paura.
Giovanni Berti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – febbraio 2026




