Da pochi giorni ha avuto avvio il cosiddetto Anno della Fede, indetto da Benedetto XVI. Un invito particolare a riflettere, profondamente. E in modo nuovo. Un invito che ci interessa e ci riguarda. Riguarda tutti. Anche i non credenti, perché viene loro proposta la provocazione di una presenza, di una possibilità che va oltre il tempo e la materia, di un legame che ci fa creature. Una scommessa che si è liberi di accettare o no. Ma sulla quale dobbiamo fare, tutti, i nostri conti. Anche perché l’espulsione di Dio dalla vita degli uomini non sembra proprio che stia producendo effetti positivi…
In questi decenni è avanzata una «desertificazione» spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, al tempo del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. E’ il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza. La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada.
Sono parole, recenti, del Papa. Che suggeriscono la direzione giusta. Tornare all’essenziale. Tenere desta la speranza. Liberarsi dal pessimismo. Testimoniare una vita nuova. Chi non avverte il fascino di tutto questo? Chi non sente ardere il cuore, di fronte a questa prospettiva? Per questo l’Anno della Fede, o meglio, una prospettiva di fede ci interessa e ci riguarda. Perché può dare risposte nuove e decisive alle difficoltà che stiamo vivendo. Perché può aprire orizzonti insperati, che il nostro cuore desidera nel profondo.
Non è però una strada facile e scontata. Tutt’altro. Non basta un po’ di buona volontà. O un impegno razionale. Ci vuole di più. E’ questo il significato dell’indizione di un anno straordinario. A indicare l’importanza, a indicare perfino un’emergenza. L’errore più grave, per i credenti, sarebbe quello di sentirsi a posto. E di dare tutto per scontato. Come se la questione della fede riguardasse solo i “lontani”. Parla invece di tutti noi quando il Papa dice di una generazione educata a muoversi “solo nell’orizzonte delle cose, a credere solo in ciò che si vede e si tocca con le proprie mani”. E parla con noi quando propone “una scommessa di vita come un esodo, un uscire da se stessi, dalle proprie sicurezze e schemi mentali”.
E per scuotere e scuoterci –lo diciamo sommessamente a noi stessi, alle nostre comunità, ai nostri parroci- non basterà qualche iniziativa, qualche incontro e qualche predica. Abbiamo invece tanto bisogno di re-imparare ad essere prima di tutto testimoni. Gente che si fida di Gesù Cristo e del suo insegnamento. Gente che, capace di affidarsi a un Altro, di affidarsi a un Padre che è amore, sa volersi bene, e per questo si impegna a costruire rapporti nuovi, e pezzi, piccoli o grandi non importa, di società nuova. Riflettere, comprendere, agire e cambiare: allora davvero sarà un anno benedetto!
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