
FIRENZUOLA – Sabato 12 ottobre nella sala consiliare del Comune di Firenzuola si è tenuta un’assemblea dal titolo “Non fare lo struzzo: Cosa sai del CAS di San Pellegrino? conosciamolo meglio insieme”, organizzata dalla Parrocchia di San Giovanni Battista in collaborazione con il Comune (articolo qui). In merito a questo dibattito e alla situazione del centro accoglienza, aperto 2 anni e mezzo fa presso l’albergo ristorante Iolanda, arriva in redazione una lettera a firma di “alcuni cittadini di San Pellegrino” che mette in risalto alcuni aspetti problematici della situazione.
Questi cittadini contestano agli organizzatori dell’iniziativa di aver, di fatto, escluso dai relatori gli abitanti di San Pellegrino, fatti passare, affermano, come “diffidenti e ignoranti sull’argomento”. Mentre, scrivono, “convivendo giorno e notte con il CAS, siamo i primi diretti protagonisti nel processo di integrazione”.
Prima di tutto mettono in luce la sproporzione tra il numero degli abitanti e quello degli ospiti: “Siamo stati definiti ‘polemici’ quando siamo intervenuti nel dibattito e abbiamo posto le uniche domande volte a chiedere chiarimenti sulla motivazione della scelta o del tacito consenso del nostro comune, ad acconsentire all’apertura di un CAS contenente 50 persone in una frazione di paese di 58 abitanti. Facciamo presente che a San Pellegrino le persone vivono in un territorio vasto sparsi tra un lato all’altro del fiume e che nelle vicinanze del CAS lungo la strada provinciale, abitano al massimo una ventina di persone”.
“L’impatto sulla popolazione del piccolo abitato di San Pellegrino – affermano – è stato come un viaggio improvviso nel nulla. Da un giorno all’altro ci siamo trovati a doversi integrare con più di 50 persone provenienti da diversi paesi e culture, senza la benché minima garanzia sanitaria e di sicurezza. Da due anni e mezzo i sanpellegrinesi convivono con persone che si alternano via via che ottengono i permessi, che usano giardini e mezzi pubblici senza sapere se siano stati sottoposti a controlli sanitari per le malattie trasmissibili e alle vaccinazioni obbligatorie, a cui tutti noi e i nostri figli veniamo sottoposti. Abbiamo chiesto risposte ed interventi per due anni e mezzo, e solo sabato scorso ci viene aperta la prima opportunità di parlare e veniamo giudicati come ‘struzzi’ poco cristiani”.
Rivendicano invece di aver aiutato più volte i giovani ospiti, specie durante la gestione della prima cooperativa (che poi è stata commissariata, ndr, articolo qui). “Fin dall’inizio – scrivono – abbiamo conosciuto i primi ragazzi pakistani, bangladeshi, e africani e abbiamo cercato di capire le loro storie e le loro necessità. Abbiamo contattato subito la prima cooperativa per chiedere a chi fare riferimento in caso ci fossero stati problemi, e abbiamo fin da subito dato passaggi ai ragazzi per arrivare e rientrare da Firenzuola”.
Mettono poi in luce i problemi sorti, a loro dire, durante la prima gestione, parlando di difficoltà nell’assistenza sanitaria e nell’insegnamento dell’italiano, segnalate, scrivono, anche alla Prefettura. “Abbiamo parlato coi medici per aiutarli a capire come richiedere assistenza – affermano – e abbiamo segnalato alla Prefettura la situazione in cui i ragazzi venivano lasciati, e ospitati”.
“Nel primo anno e mezzo – continuano – nel CAS non c’era nessuno che li aiutava a capire a che punto erano i loro permessi o che li accompagnasse in Prefettura. Hanno chiesto aiuto a noi – affermano – e anche fuori, alla comunità missionaria Comboniana di Bologna con cui abbiamo stabilito contatti dall’estate del 2023. Li abbiamo aiutati – aggiungono – contattando per primi la Prof. Fiorenza Giovannini per chiederle di trovare una soluzione che potesse portarli ad avere le basi linguistiche necessarie per comunicare”. Ancora: “Ci siamo rivolti – continuno – alle associazioni e alla Misericordia per chiedere di trovare un modo di inserirli in attività socialmente utili, in gruppi sportivi o in volontariato in genere”. Ricevendo di rimando, affermano, una lettera inviata da legali che intimava loro di stare lontano dal CAS.
“Dopo tutto questo – concludono – non possiamo accettare di essere definiti ‘struzzi’ da chi in questi due anni e mezzo non abbiamo visto neppure affacciarsi alla porta del CAS. Questa è la realtà di San Pellegrino, dove ci sono persone che hanno fatto di tutto per riuscire in una convivenza impossibile, dove i problemi non sono dovuti al comportamento dei ragazzi, che da sempre sono stati educati e rispettosi nei rapporti personali, ma al loro numero che non è adeguato alla nostra comunità”. Infine da parte degli estensori una descrizione della situazione in paese così come loro la percepiscono, con i relativi problemi di integrazione:
“A San Pellegrino i giardini sono sempre stracolmi e sporchi, e questo perché non tutti i ragazzi vengono educati alla pulizia dei luoghi pubblici e vengono lasciati liberi di frequentare i luoghi pubblici senza nessun controllo. Spesso chi vuol scendere ai giardini non riesce a trovare un posto dove sedersi o far giocare i bambini perché ogni angolo è occupato. Le corriere per Imola sono stracolme e spesso i ragazzi di San Pellegrino che pagano somme importanti per l’abbonamento per andare a scuola ad Imola, si trovano a dover stare in piedi per tutto il tragitto per lasciare il posto ai ragazzi del CAS che il più delle volte viaggiano senza titolo di viaggio.
Le rive del fiume sono anch’esse completamente occupate e utilizzate come un bagno personale dai ragazzi che lasciano rifiuti ovunque. Essendo tutti uomini e giovani le ragazze del luogo non sono più tranquille a frequentare il fiume dove fin da piccole hanno sempre fatto il bagno e preso il sole in estate. Il fiume non viene quasi più frequentato come prima né da chi è del luogo né dai turisti proprio per questi motivi.
Ogni sera corriamo il rischio di investire qualcuno di loro nel tragitto fino a Firenzuola perché transitano senza luci e senza giubbini ad alta visibilità quando fa buio (obbligatori per legge).
Abbiamo trascorso questi 2 anni e mezzo a lottare, forse più delle istituzioni, affinché venisse fatta chiarezza e affinché qualcuno si preoccupasse che il CAS venisse gestito in modo corretto, con la presenza delle figure di riferimento necessarie ai ragazzi per arrivare ai permessi. Figure a cui anche noi abitanti potevamo rivolgerci per una civile convivenza. Abbiamo atteso tutto questo tempo non per sentirci dare dei ‘polemici’ ma per arrivare a fare chiarezza su tutto ciò che viene nascosto, sulle motivazioni e sulle valutazioni che sono state fatte per aprire una struttura così grande in un centro così piccolo.
Oggi, dopo due anni e mezzo, finalmente, siamo contenti di sapere che possiamo contare anche sul Comune, che ci ha ascoltato e si è reso disponibile per un incontro con la Prefettura che speriamo avvenga prima possibile. La nostra unica intenzione è quella di conoscere i fatti e di verificare una volta per tutte che questo CAS sia gestito a norma di legge sotto tutti gli aspetti, sia della gestione che della proporzionalità numerica rispetto al luogo dove si trova”.
Alcuni cittadini di San Pellegrino
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 16 ottobre 2024







1 commento
Condivido il disagio degli abitanti della zona di San Pellegrino.
Ma nessuno si chiede dei guadagni milionari delle cooperative che gestiscono i Cas???
Tutto è profitto anche la vita delle persone.