VICCHIO – E’ amareggiato Maurizio Izzo, presidente della cooperativa “Forte Mugello”, nuovo nome del “Forteto”. La decisione di mettere in liquidazione la società, di chiudere il caseificio era l’ultima che avrebbe voluto prendere. Lo abbiamo intervistato.
Izzo, questo epilogo è un fulmine a ciel sereno?
“No, purtroppo non lo è: l’azienda ormai da anni versava in una situazione di difficoltà e di crisi, ha registrato perdite in tutti gli ultimi anni. Da un punto di vista strettamente finanziario non ha mai superato il trauma delle note vicende giudiziarie: il suo percorso di crescita si interrompe con l’avvio di quella vicenda e alla fine mi sento ti dire che tale vicenda è stata decisiva nella definitiva chiusura della cooperativa”.
Quindi le cose andavano male da tempo?
“Sicuramente. Negli anni precedenti al commissariamento le perdite di bilancio sono state quelle più ingenti, quelle che in grossa parte avevano diminuito il patrimonio netto della cooperativa. Quando io divento presidente, dopo il commissariamento, troviamo una situazione debitoria importante. Non a caso proprio il commissario aveva chiesto all’assemblea dei soci l’autorizzazione a sottoscrivere un nuovo mutuo, oltre a quello chiesto per il risarcimento delle vittime, al fine di sopperire alla grave situazione finanziaria del momento”.
Eppure dei segni di ripresa vi erano stati…
“Dal 2020 in poi il fatturato ha ripreso a salire. Ma purtroppo l’incremento non era sufficiente. Il budget prefissato per superare le difficoltà prevedeva una soglia di fatturato minimo indispensabile ad oltre 12 milioni di euro. Ma siamo rimasti sotto gli undici milioni, e quest’anno eravamo sotto i dieci milioni di fatturato. Se gli utili che ottieni li devi poi impiegare a pagare i debiti del passato, è un meccanismo che ti strangola e ti impedisce di crescere”.
Così avete già chiuso il caseificio…
“È una struttura, il caseificio, pensata e costruita per essere, come di fatto è, uno dei più grandi caseifici della Toscana, ma deve girare al pieno delle sue potenzialità per essere economicamente sostenibile. Questo ci è mancato, ci è anzitutto mancata la finanza per fare la ristrutturazione necessaria, ovvero impianti più moderni, tecnologici, automazione, risparmio energetico. Tutto questo richiedeva fondi che non c’erano, o meglio, erano dedicati a sostenere l’indebitamento. Faccio un esempio concreto: ci siamo aggiudicati il bando per l’agrifotovoltaico: possiamo installare 2500 mq di pannelli solari che ci sarebbero serviti per abbassare i costi energetici nella misura del 25-30%. Ebbene il bando sosteneva la spesa per i due terzi, e a noi è mancato l’altro terzo per far partire i lavori. Poi dicevo che il caseificio avrebbe dovuto girare appieno: è uno stabilimento che può lavorare 5-6 milioni di litri l’anno, e noi non siamo mai andati oltre i 3 e mezzo. Tutto questo va poi inserito in un contesto, quello del mondo lattiero-caseario, che oggi non è certo dei migliori, e anche altri caseifici sono in difficoltà: il formaggio oggi ha costi di produzione sempre più alti, a fronte di un mercato che sta subendo una contrazione generale sui prodotti di media e alta fascia”.
Un problema di alti costi della materia prima? E magari anche di reperirla…
“Quando arrivai quattro anni fa c’erano da firmare i contratti per la fornitura del latte ovino, e si ragiona di cifre intorno agli 80 centesimi Adesso si parla di prezzi intorno a un euro e sessanta e più. Per non parlare dei costi energetici, che in certi momenti sono arrivati addirittura a decuplicarsi”.
Le prospettive ?
“Anzitutto i lavoratori. Per i 45 dipendenti sarà avviata la richiesta di cassa integrazione speciale. Martedì avremo un incontro in Regione, al tavolo di crisi, e vedremo i sindacati.
Poi l’azienda, che va in liquidazione. E a questo proposito vorrei fare un appello”.
Un appello a chi?
“Vorrei far presente agli imprenditori, mugellani e non, che qui all’ex-Forteto ci sono delle attività interessanti: una bottega, il ristoro, una serra, immerse in un parco e in un contesto di grande valore ambientale. Il mio appello è che valutino la possibilità di manifestare il loro interesse per l’acquisto di questo ramo d’azienda in modo che se ne possa garantire la continuità. La perdita maggiore, per la cooperativa, è stata generata dal caseificio, ma queste sono attività che funzionano, solo che noi non siamo più in grado di portarle avanti. Attività che potrebbero trovare nuovi gestori. Solo che non c’è molto tempo, chi è interessato ce lo dica presto”.
Piu complessa è invece la vicenda del caseificio…
“Il mondo lattiero caseario sa della nostra situazione, c’è un portafoglio clienti e una presenza sui mercati di grande importanza. ‘Forte Mugello’ è ancora una delle prime aziende italiane del settore presenti sui mercati esteri in particolare sul mercato americano, e in Italia vanta ancora una presenza diffusa nelle principali reti della grande distribuzione. E’ un rilevante patrimonio che si dovrebbe non disperdere. Lo stabilimento c’è e se vi fosse chi ha la finanza per farlo girare, potrebbe rilevarlo, e utilizzarlo anche meglio di quanto lo abbiamo fatto noi.
Lo sottolineo. Questa è un’azienda che chiude i battenti non riuscendo a evadere tutti ordini che riceve. Il mercato ci chiede più formaggi di quello che riuscivamo a produrre”.
Rammarico forte per come è andata a finire?
“In questi quattro anni mi sono dovuto più dedicare a beghe di carattere processuale, conflittuale, che alle strategie aziendali. Sono stati anni difficili, e sì, c’è rammarico forte per come è andata, anche se quello che si poteva fare lo si è fatto, abbiamo la coscienza a posto. Abbiamo però dedicato troppo tempo ad altro, alle cause dei soci condannati, a tutta la parte debitoria. Questo alone negativo legato al passato ha parecchio pesato anche su di noi. E l’insieme delle azioni mese in campo non ha prodotto il risultato atteso”.
Il tuo stato d’animo, oggi?
“Sono parecchio amareggiato: sapevo che era difficile, e ricordo bene che il giorno dopo la nomina, tra le poche congratulazioni che ricevetti, molti mi chiesero: ‘chi te l’ha fatto fare?’
Oggi più di allora capisco quella domanda ma credevo e credo ancora che ci si dovesse provare e dare un’altra chance anzitutto ai lavoratori: qui dentro ci sono maestranze qualificate che hanno maturato una grande esperienza in questo settore, e c’è un prodotto la cui qualità non è messa in discussione da nessuno e una presenza sui mercati nazionale e internazionali di grande valore.
Penso ancora che fosse giusto provare a salvare questo mondo. Non ci siamo riusciti, ed è un grande rammarico, nostro e anche del sistema cooperativo. Perché quando muore una cooperativa è un danno per l’intero sistema cooperativo”.
Avete avuto, dal mondo cooperativo e non solo, tutto quel sostegno che vi attendevate, per salvare l’attività, per salvare i posti di lavoro?
“Forse mi aspettavo di più. C’è una parte del mondo cooperativo che ci ha sostenuto, ho sentito la vicinanza delle istituzioni locali, però ha continuato a pesare questa ombra, e ci sono realtà di livello nazionale che acquistavano i prodotti del Forteto anche quando è iniziata la vicenda Fiesoli, ma che poi hanno cessato”.
Un errore fatto?
“Se ho un rammarico è quello di aver tardato nel cambio del nome. Perché ci sarebbero voluti anni per affermare un marchio nuovo. Ma anche questo ritardo è frutto delle difficoltà complessive”.
La tua speranza?
“La soluzione migliore è che qualcuno si faccia avanti per acquistare, peraltro a condizioni vantaggiose, alcuni rami d’azienda. E mi auguro che tra sei mesi chi passa da Rossoio non trovi un deserto”.
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 5 Ottobre 2024















1 commento
era destinato a finire così . quando sono finiti i finanziamenti regionali o europei inventati da Fiesoli assieme alla sinistra , è finita la novella del forteto . Quando il settore da sempre in crisi è stato inventato da Fiesoli ha avuto il sostegno di tutta la politica di sinistra , ma non è mai stato un progetto razionale positivo , finiti i soldi re3galati dagli organismi di sinistra , siamo arrivati alla cruda realtà , di soldi regalati ad un malfattore
che non avevano nessuna possibilità di creare benessere ad una comunità nata
solo per ingannare i poveri ragazzi che lì venivano dirottati