BORGO SAN LORENZO – Oggi durante la Messa per la Benedizione dei Cimiteri, il pievano di Borgo San Lorenzo Don Luciano Marchetti ha offerto una riflessione sul dolore della morte, sul lutto. Una riflessione che ci è sembrata molto bella, capace di parlare al cuore di ciascuno, credenti e non credenti. Per questo qui la pubblichiamo.
Una ferita. Una feritoia. Ecco le due parole su cui oggi voglio ragionare con voi.
Una ferita. La morte provoca una ferita. Il filosofo Epicuro, nel tentativo di risolvere il problema della morte, sosteneva: “La morte non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi, non c’è lei e quando arriva lei, non ci siamo più noi”. E’ una massima che potrebbe starci, se pensassimo solo alla nostra morte, ma non appena abbiamo a che fare con la morte di un nostro caro, tale principio salta: c’è la morte e ci siamo anche noi! Ed è tutt’altro che un non problema. E’ una ferita!
Mi ha scritto una persona: “Se ogni uomo incontra una sola volta nella vita la morte, la sofferenza non una, ma tante più volte bussa alla nostra porta. La morte arriva, qualche volta in maniera veramente crudele, e ti porta via una persona cara, ma la sofferenza rimane. E’ come un cagnolino che resta accucciato alla porta delle tue giornate: con la zampina gratta e, anche se tu non gli vuoi aprire, lui trova sempre il modo per entrare e far sentire la sua presenza”.
Il dolore del lutto è una ferita ed è più grande di qualsiasi parola e spesso parlano solo le lacrime. Dal Cristianesimo antico ci giunge una testimonianza toccante attraverso l’amicizia stretta da due importanti teologi del IV secolo, Gregorio Nazianzeno e Basilio Magno. Meditando sull’affetto che li affratellava, Gregorio scrisse che spesso gli sembrava di avere con l’amico un’unica anima in due corpi. E nel lamento in morte di Basilio ci ha lasciato una delle più realistiche descrizioni di ciò che il lutto rappresenta: “Se qualcuno mi avesse detto che un corpo può vivere senza la propria anima, gli avrei creduto. Ma non che io potessi vivere senza di te”.
Chi prima, chi dopo, si imbatte in questa crudele regina che irrompe nella nostra esistenza e la nostra vita non è più come quella di prima. Quando muoiono i genitori, muore il passato; quando muore il coniuge o un fratello, una sorella, un amico, muore il presente; quando, poi, muore un figlio, muore il futuro. E’ una ferita profonda vivere senza le persone amate. La loro assenza continuerà a farci male fino alla fine.
Si dice che il tempo è un buon medico; la ferita si rimargina ma basta poco perché si riapra e ricominci a sanguinare. Il credente cristiano che vive l’esperienza dolorosa del lutto osa, però, un duplice sguardo: certamente guarda la ferita che dentro di sé la morte di quanti ama ha aperto ma, nello stesso tempo, non cessa di guardare in alto, di guardare oltre, trasformando la ferita in feritoia di speranza.
E, quindi, mi pare bello oggi prendere come esempio la testimonianza del grande papa San Paolo VI quando è morto il suo amico Aldo Moro. Che cosa ha detto il Papa alle esequie il Sabato 13 Maggio 1978? “Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il «De profundis», il grido cioè ed il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce”. Il Papa che ha pregato perché Aldo Moro fosse salvato, davanti alla sua morte sente come il macigno del Sabato Santo sopra di lui che gli blocca le labbra, gli blocca la voce.
La tragedia della morte di una persona cara soffoca la nostra voce, il nostro cuore. Ecco questo momento proprio di difficoltà, qualcosa che ci opprime, che ci schiaccia ma, poi, ha continuato Paolo VI: “E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro”. Il Papa ha pregato Dio ma Dio non lo ha ascoltato, lo hanno ucciso lo stesso. ”Ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui, Signore, ascoltaci!… Lui e tutti i viventi in Cristo, noi li rivedremo!”.
Questa è la nostra speranza davanti alla morte. La tomba è il luogo dove chi entra non esce ma Gesù è uscito per noi, è risorto per noi, per portare vita dove c’era morte, per avviare una storia nuova dove era stata messa una pietra sopra. Lui, che ha ribaltato il masso all’ingresso della tomba, può rimuovere i macigni che sigillano il cuore.
Gesù compie un miracolo, che solo Dio può fare: trasformare il male in bene, la notte nel giorno, le ferite in feritoie. Perciò non cediamo alla rassegnazione, non mettiamo una pietra sopra la speranza. Possiamo e dobbiamo sperare, perché Dio è fedele. Non ci ha lasciati soli, ci ha visitati: è venuto in ogni nostra situazione, nel dolore, nell’angoscia, nella morte. La sua luce ha illuminato l’oscurità del sepolcro: oggi vuole raggiungere gli angoli più bui della vita, vuole accarezzare le nostre ferite.
Sorella, fratello, anche se nel cuore hai seppellito la speranza, non arrenderti: Dio è più grande. Il buio e la morte non hanno l’ultima parola. Coraggio, con Dio niente è perduto! Se sei debole e fragile nel cammino, non temere, Gesù ti tende la mano e ti dice: “Coraggio”! Ma tu potresti dire, come don Abbondio ne’ I Promessi Sposi: “Il coraggio, uno non se lo può dare”. Non te lo puoi dare, ma lo puoi ricevere come un dono. Basta aprire il cuore nella preghiera, basta sollevare un poco quella pietra posta all’imboccatura del cuore per lasciare entrare la luce di Gesù. Basta invitarlo: “Vieni, Gesù, e di’ anche a me: Coraggio! Con Te, Signore, sarò provato ma non turbato. E, qualunque tristezza abiti in me, sentirò di poter sperare perché con Te la croce sfocia in risurrezione, perché Tu sei con me nel buio delle mie notti, sei certezza nelle mie incertezze e niente potrà mai rubarmi l’amore che nutri per me. Guarda le mie ferite, non te le nascondo perché sono sicuro che potranno diventare le feritoie attraverso le quali potrai regalarmi quella luce di cui ho bisogno per vivere”.
Pensando a coloro che sono morti ci sostiene e ci consola la certezza della vita per sempre. In Gesù, crocifisso e risorto, noi abbiamo la certezza di essere portati verso un’altra vita, di beatitudine e di pace. Là potremo ritrovare, trasfigurati tutti dall’amore di Dio, le persone che abbiamo amato e che ci hanno amato, alle quali ora, nella preghiera, esprimiamo la nostra gratitudine per tutto il bene che ci hanno fatto. Questa è la nostra fede, sebbene non elimini il pianto, impedisce, però, il pianto disperato. E’ una ferita che diventa feritoia.
Don Luciano Marchetti
Pievano di Borgo San Lorenzo




