BORGO SAN LORENZO – Arrivare al 929esimo posto su 50mila partecipanti, nella più famosa e affollata maratona del mondo, quella di New York non è da tutti. E ora che è tornato a Borgo San Lorenzo Marco Prunecchi racconta le emozioni di questa sua speciale avventura.
Marco, cosa ti sei portato a casa da New York, quali soddisfazioni, quali pensieri? Mi sono portato un ricordo bellissimo. Nonostante abbia partecipato a diverse maratone, alcune anche all’estero, questa è veramente unica. Un’esperienza incredibile. Sono soddisfattissimo del risultato ma, ancora di più, mi rimarranno nel cuore le sensazioni di questa gara. E la sensazione principale è la folla, il pubblico che ti invade la mente ad ogni passo. Erano veramente tantissimi ed hanno fatto un tifo sfegatato, acclamando tutti indistintamente. Gli americani in questo sono unici.
È una corsa difficile? Ogni tracciato è diverso. Ogni maratona è difficile. E anche se il tracciato è il solito, ogni anno è diverso, arrivi in condizioni fisiche differenti, il clima non è sempre lo stesso. Quella di New York, in particolare, è particolare, intanto per come è fatto il tracciato, per due aspetti: non è infatti un tracciato chiuso, non è un circuito, è una linea. La mattina alle 5.30 dalla Public Library, un punto centrale di Manhattan, i partecipanti vengono prelevati dall’organizzazione e portati a Staten Island, ad una trentina di chilometri di distanza, dove sono sottoposti ad un’enorme quantità di controlli da parte della polizia. A quel punto si viene divisi per numero di pettorine, colori etc. Da quando vieni “rilasciato” a quando si parte passano diverse ore ed è un posto particolarmente esposto alle intemperie. Quindi devi indossare un abbigliamento particolare che poi va gettato. Addirittura ci sono delle guide su Internet che spiegano nel dettaglio cosa indossare: mettersi una felpa o un poncho impermeabile, cappello e guanti che poi andranno gettati. Ci sono degli appositi contenitori -come i nostri della Caritas- dove gettare questi abiti che poi verranno donati. In quel tempo hai modo di conoscere tante persone che come te aspettano la corsa e che spesso sono alla loro prima esperienza, che per molti è un sogno.
Hai incontrato mugellani? No. Non ho incontrato nessuno, né durante la corsa, o l’attesa, né in città. Sapevo che c’erano ma è così grande che era quasi impossibile trovarsi.
Ci sono stati momenti difficili? Sì, diversi. Il più difficile è stato tutto il tratto finale, perché è un tratto non facile da gestire perché irregolare. Come ho già detto la folla ti sostiene. Senti tutto quel tifo e non senti più il tuo corpo, il tuo respiro, il battito del tuo cuore. Vai avanti solo perché sei “sorretto” dal pubblico. Sui ponti, invece, per motivi di sicurezza, non ci può stare nessuno e quindi ti ritrovi solo, all’improvviso, con il rumore dei tuoi passi. E lì si piomba nell’introspezione, nella fatica. Un altro momento difficile è stato in Central Park, dove ti trovi ad affrontare un’interminabile salita. Negli ultimi chilometri trovi un sali-scendi dove, visto che ero partito molto veloce, il mio corpo è andato in calo. Sono riuscito ad andare avanti nonostante il mio corpo dicesse “Tilt” “Alarm”.
Pensi di tornare? Tanto a breve non sarà possibile, ma non nego che è una cosa che rifarei. Se me lo avessi chiesto a caldo ti avrei detto “no”, perché è veramente stancante. La fatica è tanta e si sente. Ma adesso la rifarei subito.
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 14 novembre 2018





