MUGELLO – Nel suo libro su Giotto, “Il magnifico ribelle. Il Mugello di Giotto”, edito da Polistampa, Riccardo Nencini non si occupa soltanto dei controversi natali del pittore, mettendone perfino in discussione la mugellanità (articolo qui), ma affronta anche un altro tema mugellano, ovvero la scoperta della presenza di un “nostro” paesaggio in uno dei suoi celebri affreschi.
Chiediamo così all’autore di spiegarci questa parte della sua ricerca.
“Nel ciclo assisano degli affreschi francescani -risponde Nencini- trovi sia paesaggi di campagna, paesaggi naturali, sia città. E di molti sfondi cittadini abbiamo la certezza che si tratti di Assisi o addirittura di Arezzo. Per lo sfondo della campagna e dei monti, invece, finora si era ritenuto che fossero scene allegoriche. Ecco allora la novità, che riguarda l’affresco del miracolo della Sorgente, il dodicesimo affresco dei ventiquattro affreschi di Giotto ad Assisi: qui si vede una montagna tagliata con una V. Non è soltanto pietra, ma è molto simile alla cascata della valle dell’Inferno, sul fiume Rovigo, sopra l’abbazia di Moscheta a Firenzuola; rocce di arenaria, provenienti dall’erosione della catena appenninica, rocce sedimentarie esattamente uguali a quelle che Giotto dipinge. Ho avuto modo di mostrare la cascata sul Rovigo a Vittorio Sgarbi, e il critico d’arte mi ha risposto parlando di “confronti suggestivi e convincenti” tra il Miracolo della Sorgente di Giotto e la cascata del fiume Rovigo”.
Nencini continua: “Mi sono chiesto se Giotto abbia conosciuto direttamente la valle del Rovigo. E faccio delle ipotesi. Intanto la valle era conosciuta in sé. Sotto c’era l’abbazia vallombrosana, molto importante, che stava nel bel mezzo dei possedimenti ubaldini. Siamo negli anni in cui Firenze cerca di distruggere Montaccianico e rendere sicura la via degli Appennini. Ci sono truppe sul territorio. Conoscono la zona… Ancora, la strada interna che parte da Moscheta e sale a Casetta di Tiara -la stessa che nel 1916 percorreranno a piedi Sibilla Aleramo e Dino Campana è la strada più breve che porta ai possedimenti di Maghinardo Pagani da Susinana, ghibellino citato da Dante, alleato della Firenze guelfa. A Campaldino Maghinardo sta con i Fiorentini. Un’altra ragione per sostenere che i fiorentini conoscono la zona, perché qui hanno un alleato.
Quella zona si chiama la valle dell’Inferno, non a caso. Anche allora c’erano quei canyon che altrove non esistono, li trovi solo lì, era un paesaggio particolare, a Firenze di quel paesaggio straordinario si parlava. Così nel mio libro cerco di dimostrare da dove sia passato Giotto per andare a Rimini, dove vi è il grande Crocifisso nel tempio malatestiano. Giotto si reca ad Assisi proprio nel periodo in cui ha dipinto il ciclo assisano. E cerco di capire se nel suo percorso abbia incontrato la cascata del Rovigo. Sono supposizioni naturalmente. Del resto nella biografia e nell’opera di Giotto ci sono davvero tanti punti interrogativi.
Ebbene, per andare a Rimini aveva diverse strade. Poteva passare da Passo delle Scalelle, salendo da Vicchio, Biforco, Marradi, poteva fare San Godenzo, l’attuale Muraglione, poteva fare il passo dela Consuma. Ma poteva passare anche dall’Osteria Bruciata o dall’attuale passo del Giogo. Tutte strade pessime, piene di dogane, dazi, briganti. Non abbiamo la certezza da dove sia passato, ovviamente. E io faccio due ipotesi: nei panni di Giotto, che viaggiava con vettovaglie e servi, e con un carro carico di abiti e materiali di lavoro, io avrei fatto il Muraglione o sarei passato da Bologna, al tempo le due strade più “sicure”. E per dirigersi verso Bologna doveva passare o dall’Osteria bruciata oppure dal Giogo”.
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 29 giugno 2017




