MUGELLO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, un’esperienza particolare che sta raccontando nel suo diario online sul Filo. Ecco il suo nuovo resoconto settimanale.
Buenos Aires. Il semplice suono di queste due parole trasforma il mio cervello in un cinema d’epoca. Vedo i banconi di legno dei bar notables e le biblioteche labirintiche di Borges, i fazzoletti bianchi delle eterne madri in Plaza de Mayo, gli alberi di jacaranda elegantissimi e i palos borrachos con i tronchi a forma di bottiglia, sento il profumo dell’asado e il Malbec rosso che scende fresco per la gola senza allegare i denti, penso a Sabato, a Facundo Cabral, a Arlt, a Maradona, a Evita Peròn, a Soriano e a tutti i suoi ribelli, sognatori e fuggitivi, pulso al ritmo delle trombe e dei tamburi nel settore 12 della Bombonera e tutto è giallo e blu e sa di Coca Cola mista a Fernet, e suona come lo spagnolo più bello del mondo e anche un po’ turco, italiano, greco, armeno, francese.
Sfruttando undici dei venti giorni di vacanza compresi nel contratto di Servizio Civile, ho coronato il sogno di visitare questa città-mondo e adesso mi trovo di fronte alla sfida di trovare le parole per descrivere un’esperienza indescrivibile. Come raccontare Buenos Aires, la città prodotto di una catena infinita di sradicamenti, migrazioni e altrove, la grande Babilonia delle culture edificata sul nulla sconfinato della pampa argentina che sembra poter accoglier tutto e il suo contrario? Come raccontare undici giorni in cui una città mi ha acceso al punto da togliermi il desiderio di dormire senza però darmi alcuna frenesia? Quello che segue non sarà un racconto unitario ma, sulle orme di Roberto Arlt, una serie di bozzetti, incisioni e tessere di mosaico. Queste sono le mie Acqueforti di Buenos Aires.
Acquaforte numero 1: Andrea. Il motivo principale per cui ho deciso di investire quasi tutte le mie vacanze a Buenos Aires. Andrea è un brillante economista e dottorando in scienze sociali che ascolta Gardel con la classe di un argentino doc e canta George Strait meglio di George Strait (vedi il video per credere). Ci siamo sfiorati in triennale e poi avvicinati sempre di più grazie a qualche settimana di studio disperato e progetti di creare un duo realizzati (per ora) solo alle feste a casa mia, dopo una bottiglia di vino. Soprattutto, Andrea è uno splendido ospite, un grande amante della vita e dei suoi piaceri (una volta l’ho paragonato a Hemingway, ma se l’è presa) e un amico vero con cui camminare i chilometri nella notte di Buenos Aires parlando di Ovo Sodo; ballare ai semafori; ordinare un gin tonic di fine serata e scoprire dopo il primo sorso di non avere i soldi per pagarlo; scrivere un sonetto mentre si aspetta un asado per sublimare l’argentina che ci ha fatto innamorare e poi ballare e poi rimanere come due baccalà; non parlarsi neanche una volta ad una serata a cui siamo andati assieme e parlare sei ore seduti al caffè di Borges e Casares. Andrea sa quasi tutto quello che queste acqueforti tralasceranno, e non potrei desiderare un custode migliore per le nostre storie. Se mi leggi, ti voglio bene.
Acquaforte numero 2: la Parigi del Sudamerica. Una volta una viaggiatrice andalusa mi ha detto che qualsiasi città, dopo Santo Domingo, sembra noiosa e bellissima. Arrivare a Buenos Aires dopo otto mesi di Caraibi è stato come prendere una tachipirina con 39.5 di febbre. L’asfalto perfetto, il codice della strada, le vie silenziose, le feste che sono feste ma non sono Carnevale: dal primo momento mi sono sentito pervaso da una vasta pace, libero di passeggiare e di farmi gli affari miei. La stessa andalusa mi ha detto che gli stessi architetti che hanno pensato Parigi, hanno pensato Buenos Aires.
Questo è evidente, nel Centro Storico e nei quartieri come Boedo, Retiro, la Recoleta, Palermo, dove i caffè col bancone antico e i tavoli di legno all’aperto hanno un’eleganza e una familiarità incantevole; nell’armonia incoerente dei palazzi crema coi tetti grigi, che stanno accanto ai palazzi di mattoni rossi, che stanno accanto alla bellezza per caso dei grattacieli di Puerto Madero. Nei viali alberati che si ammirano a ogni incrocio. Nel Cimitero della Recoleta che è Pere-Lachaise e anche la casa, eterna e sempre piena di fiori freschi di Evita Peron. Nel sapore antico e cosmopolita, nostalgico e ribollente. Apice del godimento: ho trovato Buenos Aires in pieno autunno, da togliere il fiato nei suoi mille parchi, coi palos borrachos pieni di fiori rosa, l’arbol de lluvia dorada in pieno splendore e i tigli gialli, che mi hanno fatto sentire in via Provinciale, dalla mia famiglia.
Acquaforte numero 3: le librerie. Buenos Aires è la città col più alto numero di librerie pro-capite al mondo. Se ne trova una più o meno ogni cento passi, a volte sono così numerose da spingere a chiedersi come possano sopravvivere. Risposta: i prezzi dei libri sono talmente alti che credo basti venderne un paio al giorno, il mio portafoglio può testimoniarlo. Mi sono perso diverse ore nel profumo di carta e polvere della Librerìa de Àvila e in quello splendido teatro pieno di libri che è El Ateneo Grand Splendid, nelle barbe bianche e nell’eleganza trasandata dei librai. In un’altra vita sarò uno di loro, ma non quello che dopo una chiaccherata ha deciso di regalarmi un libro e, potendo scegliere fra tonnellate di capolavori, ha pensato bene di darmene uno sul Museo del Bargello.
Acquaforte numero 4: i vecchi di Buenos Aires. Pensavo che il Mugello fosse il posto migliore per invecchiare. Mi sono clamorosamente sbagliato. I vecchi di Buenos Aires sono magnetici. Gli uomini hanno volti grandi e nasi pronunciati, portano camicie a righe, impeccabili, sbottonate fino allo sterno in modo che si veda la collana e il pendente, si pettinano con cura e brillantina i bei capelli bianchi. Siedono nei bar notable come re sui loro troni. Giocano a scacchi in Parque Lezama. Ascoltarli mentre raccontano una Buenos Aires che non esiste più è stato uno dei miei passatempi preferiti. Le donne hanno tagli di capelli audaci e vestiti colorati, regnano nelle milonghe dove ballano fino alle prime ore del mattino e vivono storie d’amore crepuscolari e, immagino, clandestine. Si indispettiscono se pesti loro i piedi e se, dopo averle guardate, non le inviti a ballare.
Acquaforte numero 5: le milonghe. Sul tango e la sua malinconia, sulla sua capacità di riflettere il Volksgeist argentino si è detto e scritto tutto. Io ovviamente non ne sapevo niente. Gli eventi e i luoghi dove si balla tango sono le milonghe (anche se la milonga è anche, a sua volta, un genere musicale), la città ne ospita a centinaia. Io sono stato quasi in una decina. In una l’età media era sopra gli 80. In una ho preso la mia prima lezione di tango e la mia prima insegnante e compagna di ballo è stata una tedesca. Ballava divinamente, quando aveva un cavaliere all’altezza. La magia delle milonghe, in ogni caso, inizia a notte fonda e prosegue fino al mattino. Le luci si abbassano, la stanza, rigorosamente rossa, si riempie di fumo e le chiacchere diventano un brusio indistinguibile. Allora parte il rituale del tango: lui guarda lei che si alza e lo aspetta un passo fuori dalla pista, poi si danno la mano, il braccio destro di lui attorno alla vita di lei, il sinistro di lei fra le scapole di lui, in un abbraccio stretto e intimissimo, le mani libere si uniscono, quella di lui resta aperta fino al primo passo, quando si chiude con una lentezza sacra, allora lei chiude gli occhi e per tre canzoni sono una cosa sola e bellissima. Ne ho contemplati a decine e una decina di volte ho provato goffamente a imitarli, rincuorato dal fatto che, alla fine del ballo, quando gli occhi si aprono e gli sterni si allontanano, si scoppia spesso in una grande risata e si va a bere coca cola e fernet. Inoltre, nelle milonghe non si possono fare foto o video. Meglio di così…
Acquaforte numero 6: la lingua argentina. Già gli argentini sono un popolo esteticamente superbo, coi capelli così convintamente neri e i lineamenti duri ma anche indigeni, lo stile underground e i grandi cerchi d’argento alle orecchie; il fatto che parlino anche la lingua più sexy dell’universo mi sembra, francamente, un’esagerazione. Ogni che, boludo, cabajo, jave, dale, il continuo salire e scendere dell’intonazione nella loro voce… non importa se mi stessero schiudendo la loro inquietudine metafisica o si stessero esaltando per la vittoria del Boca, sempre pendevo come un innamorato sottone dalla musica delle loro labbra.
Acquaforte numero 7: la Bombonera. Quanto l’avevo sognata. Dopo aver passato i primi due giorni a chiedere a chiunque di aiutarmi a trovare i biglietti del Boca, il mio unico contatto non si è fatto trovare al punto di incontro e non ha risposto ai mille tentativi di chiamata (ma ha condiviso come stato whatsapp, nel mentre, un passo della Lettera ai Corinzi). A quel punto, io e Andrea siamo finiti nelle grinfie di un bagarino che ci ha estorto 114 euro a testa (in pesos argentini fa più effetto). Due minuti dopo eravamo in mezzo alla calca da attacco di panico che spingeva per arrivare ai tornelli. Dopo dieci ci siamo beccati un lacrimogeno della polizia, dopo mezz’ora eravamo finalmente quasi dentro e non ci potevamo credere. Saltavamo e ci abbracciavamo.
Il baccanale del tifo del Boca sta nella Doce, noi eravamo nel settore 13: ciò significa che siamo stati a un passo dal Paradiso (o dall’Inferno), abbiamo sentito i suoi tamburi e le sue trombe farci vibrare le costole mentre salivamo le scale, abbiamo visto esplodere tutto a ogni gol (il Boca ha vinto tre a zero), ma per il resto del tempo, siamo stati in vetta a questo stadio vertiginosamente verticale a sorriderci increduli e inebetiti e a lasciarci infiammare dalle giocate e dalle sceneggiate di Leandro Paredes. Qualche giorno dopo sono tornato alla Boca. La Bombonera, nei giorni di riposo, troneggia sul barrio e sulle sue case dipinte come un vulcano dormiente. Mentre passeggiavo senza meta mi sono spinto un po’ troppo oltre. Un ragazzo tatuato mi ha raggiunto di corsa: “Fidati, Che, non ti conviene proseguire” ricordandomi che, anche se mi infastidiscono le case colorate e i camerieri che cercano di tirarti dentro il ristorante, rimango sempre un turista e un ospite.
Acquaforte numero 8: El Boliche de Roberto. Mi reputo un viaggiatore, una persona attratta dal mondo e dalle sue voci e dai suoi volti. Questo significa, per antitesi, che ho sempre nutrito una grandissima stima, e anche una buona dose di invidia, per tutte le persone che, mosse dalla mia stessa passione, hanno scelto la strada opposta. Il Boliche de Roberto sembra essere stato pensato per rimanere immobile, aprire la porta e, ogni sera, far entrare e incontrare tutto il mondo. È pieno di storie e ricordi che vibrano nell’aria e colano come la cera secca delle candele che, assieme alle bottiglie vuote, riempiono gli scaffali di legno scuro delle pareti vertiginose. Tutto trabocca: trabocca il locale, traboccano i boccali, l’energia, le chiacchere. All’esterno, la gente si accalca attorno ai tre tavolini collocati sullo stretto marciapiede. Qualcuno gioca a scacchi, tutt’attorno un formicaio di discussioni e flirt e incontri. Come in una milonga, le coppie e i gruppi si formano e si riformano continuamente.
Dentro, la poesia e il delirio: lo stretto corridoio è platea e pista da ballo, in un angolo gli artisti si esibiscono dal vivo senza alcun tipo di amplificazione. Se il pezzo è spinto, parte il pogo; se il pezzo è intimo, il pubblico zittisce senza pietà persino le chiacchere sottovoce degli innamorati. Un numeroso gruppo di festaioli, riunitosi per celebrare un compleanno viene allontanato dopo aver strillato tanti auguri, coprendo una milonga struggente. Il cappello degli artisti circola in continuazione, pieno di pesos argentini. Una ragazza con la salopette di jeans e la maglia del boca mi trascina in mezzo alla pista perché suonano Los Redondos de Ricota, che non ho idea di chi siano ma già li amo perché la gente salta e si abbraccia e ride e balla a occhi chiusi e a occhi chiusi canta a squarciagola le canzoni che tutti conoscono ma io no… e allora salto e abbraccio e rido e ballo a occhi chiusi. Quando li apro, il tizio davanti a me ha una maschera di lana multicolore che riconosco, Aya Uma, lo Spirito Testa. Scopro che vive a pochi chilometri dal villaggio dell’Ecuador che mi ha ospitato per due mesi. Ci abbracciamo come fratelli e rimaniamo abbracciati mentre tutti cantano i cori per Peròn che io non ho mai capito se dovessi amare o odiare, ma gli argentini, che riescono ad essere al tempo stesso nazionalisti e di sinistra, sembrano non avere dubbi. A un certo punto, da dietro al bancone si sente: “Si me tocas esta, me caso contigo”. Ha parlato la locandiera e tutti fanno silenzio. Il chitarrista si avvicina, mette il piede su uno sgabello e canta una milonga stupenda con gli occhi clavados in quelli di lei. Molte ore dopo, io e Puccia stiamo camminando fianco a fianco, pieni di birra e storie, felici, mentre torniamo a casa.
Ci sarebbero temi per altre cento acqueforti: la luce di Buenos Aires da sola meriterebbe un romanzo, così come le stanze dell’Esma che ancora gridano il dolore e gli ideali degli oppositori al regime militare, poi ci sarebbe Palermo coi chilometri di parchi e lo scorcio che mi ha fatto desiderare di essere pittore, Frida Khalo, il mercato e il quartiere bohemien di San Telmo… Come ho detto, Buenos Aires mi ha acceso e entusiasmato al punto che non sarei mai voluto andare a dormire, come fa il viaggio di maturità, quel libro che proprio non riesci a chiudere, una discussione col tuo migliore amico in una notte di inizio estate, un amore nuovo. Per compensare, ho dormito così sodo sull’aereo di ritorno che mi sono accorto solo una volta a terra di essere nell’aeroporto sbagliato… Arajet ha cambiato destinazione senza avvisare. Trovandomi a Punta Cana anziché a Santo Domingo mi sono sentito a casa, di nuovo nel caos del Caribe.
Giovanni Berti
©️ Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello –24 Maggio 2026






