MUGELLO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, un’esperienza particolare che sta raccontando nel suo diario online sul Filo. Ecco il suo nuovo resoconto settimanale.
Il termine nostalgia è stato coniato nel 1688 dal medico Johannes Hofer: ‘nòstos’, dal greco antico, significa ritorno, ‘àlgos’, dolore. Il “dolore del ritorno” non possibile è, in altre parole, la mancanza di casa. Spesso, parlando con gli amici, dico che la nostalgia è una compagna di viaggio discreta, un rumore di fondo che non scompare mai del tutto ma riesce a tenersi in disparte quando le cose vanno bene e le ore corrono frenetiche ma ti stringe la mano con forza nei giorni più grigi di noia e stanchezza. Negli ultimi venti giorni, questo sentimento è stato attenuato dall’arrivo di Silvia, la mia ragazza: è stato come essere raggiunto dalla Casa. Sono state tre settimane intensissime che adesso è per me tempo di custodire più che di raccontare. In questo tempo mi sono preso una pausa da tutte quelle attività che fanno parte del mio tempo ordinario, per celebrare a pieno un tempo straordinario.. Fra queste, la scrittura di questi diari, che arrivano oggi alla settima settimana, a fronte delle quindici realmente trascorse. Oggi mi soffermo sulla nostalgia e su due delle declinazioni che ha assunto per me in questi primi cento giorni: la distanza dalla lingua madre e il Natale.
A fine ottobre, scrivevo sul mio diario: “le settimane corrono via rapide, piene delle storie e dei bisogni degli studenti e dello spagnolo, che inizia a insinuarsi nei miei sogni e cambia il modo in cui conto fino a dieci prima di alzarmi. A volte mi è complicato trovare parole semplici in italiano, come se i sentieri che uniscono la mia lingua al cervello si fossero riempiti di erbacce perché accanto se ne sono aperti di nuovi. ‘Taller’ si mangia ‘laboratorio’, ‘clase’ si mangia ‘lezione’ e ogni ‘come’ diventa un ‘como’.
Sono partito con un bagaglio di spagnolo veramente limitato, frutto di cinquanta giorni passati in Ecuador in una comunità kichwa. Il fatto di approcciarsi ad una lingua in modo così frontale e immersivo comporta alcune conseguenze. Primo: il processo di miglioramento, per quanto velocizzato, non è lineare: alle settimane in cui le parole sgorgano fluenti ne seguono altre in cui mi sfuggono le domande più banali e i bambini alzano gli occhi al cielo, prima di ripeterle per la seconda o terza volta. Questo, se da un lato è avvilente, dall’altro produce improvvise sensazioni di meraviglia, di fronte alla sensazione di capire, quasi involontariamente, la gente che parla per strada. Sembra di intrufolarsi nel loro mondo segreto. Secondo: le persone che trovo più simpatiche e con le quali lego maggiormente sono quelle che parlano uno spagnolo per me comprensibile. Da mugellano, nonostante i molti anni di teatro, non avevo mai compreso così a fondo l’importanza della dizione. Terzo: in una lingua diversa, mi sento una persona diversa, un poco più timida e molto più stupida. Una delle cose che soffro maggiormente è la difficoltà nell’usare l’ironia e, più in generale, l’umorismo. Mi sfuggono i tempi, mi manca la parola fondamentale al momento opportuno. Ho scoperto che poche cose mi frustrano come la mancanza delle parole. Se per le lezioni riesco a rimediare, grazie a una preparazione meticolosa delle frasi più importanti e all’ausilio dell’inglese, nelle situazioni spontanee e negli imprevisti emergono tutti i miei limiti.
A improvvisare non si improvvisa, ho pensato la sera in cui la gestrice di una lavanderia si è rifiutata di restituirmi i panni consegnati la mattina da Francesca. Il mio spagnolo brusco, mi ha poi spiegato quando sono riuscito a mettermi in contatto con la mia amica, le aveva fatto credere che fossi lì per fregare dei vestiti e nessuna delle mie balbettanti spiegazioni è riuscita a persuaderla del contrario. C’è solo un ambito in cui la mia fragilità linguistica mi appare preziosa: la scuola. Da quando ho iniziato a fare questo mestiere, ho scoperto quanto sottile è la linea che separa chi insegna da chi impara. Il fatto che ogni mio studente parli spagnolo meglio di me non è solo una preziosa lezione di umiltà ma ricorda, tanto a me quanto a loro, che ci sono cose che loro sanno e io no e che meno mi sforzo di nasconderle, più rapidamente impariamo. I miei bambini adorano fare i maestri e mentre insegnano, inevitabilmente, imparano e prendono coscienza del loro valore. Questo rende la nostra convivenza un po’ meno gerarchica e, per me, molto più stimolante. C’è un episodio al quale sono particolarmente affezionato. Il 18 settembre era un giovedì. Al tempo, la mia ultima ora era ancora libera, un’ora pedagogica, come dicono qui. Avevo iniziato da qualche giorno il primo libro in spagnolo della mia vita, Retrato en Sepia. Mi si avvicina una ragazza delle medie, Arielka, gli zigomi larghi da indigena e pinzette azzurre nelle trecce attaccate alla testa. Mi chiede cosa leggo. Non conosce Isabel Allende, mi dice quando le offro il libro, poi lo sfoglia. Chiede perché sottolineo le parole. “Se accanto c’è un cuore sono cose che mi piacciono, altrimenti parole che non conosco”. Va a prendere una sedia e si mette vicina a me. Nella successiva mezzora traduce in perifrasi un centinaio delle parole sottolineate, schiudendomene i significati. Entriamo in una bolla: non saprei dire quando, attorno a noi, ha iniziato a piovere. A un certo punto stira le labbra e alza lo sguardo, gli zigomi si imporporano di imbarazzo. La coppia di parole successiva è soberbias nalgas. Mi indica il sedere: “significa che es bonito”. Il traduttore dice: glutei superbi. Ricordo che siamo nel mezzo di una scena di seduzione fra il marito infedele di Paulina Del Valle e Amanda Lowell, appena arrivata dall’Europa a scandalizzare San Francisco. Decido di saltare qualche pagina, la mia maestra non fa domande. Prima di andarsene, mi chiede un foglio bianco sul quale annota le parole che non ha saputo spiegarmi. Nel frattempo ha smesso di piovere.
In questi mesi, ho compreso a pieno il significato dell’espressione “lingua madre”. La propria lingua è un rifugio, una coccola, una città in cui ti trovi a occhi chiusi. L’unica lingua che vorresti dover parlare in caso di terremoto, diceva il manuale di linguistica all’università. La lingua madre è tornare a casa la sera con la testa che brucia di spagnolo e riposare nell’italiano di Cattolica di Priscilla, nell’italiano beneventano di Francesca e nell’italiano materano di Nunzia. Ancora di più, la lingua madre è sentire a telefono la “c” aspirata di mio fratello che mi annuncia che atterrerà a Santo Domingo il 24 dicembre attorno alle 21.
L’arrivo del Natale ha reso la mia nostalgia più acuta: in 27 anni, è la prima volta che festeggio lontano dalla mia famiglia. Dal guardare mia mamma che prepara l’albero a mio padre che chiede ad Alexa di riprodurre Micheal Bublé a un volume disturbante, tutto mi manca in una maniera dolorosa, per non parlare del fatto che non riesco proprio ad abituarmi all’idea di festeggiare il Natale in maniche corte. Ogni All I want for Christmas is you che sento risuonare per strada mi pare lo scherzo di un ragazzo annoiato sulla spiaggia. Chanelys, di quarta elementare, me lo ripete un giorno ogni due, da quando le ho mostrato le foto del Passo della Colla innevato: “Profe, le recuerdo que aquì no cae nieve. No se ponga el abrigo”.
- P.S. Le vacanze degli studenti sono già iniziate. Dopo tre mesi passati a tentare di allenare gruppi di 25 ragazzi con un paio di palloni, spesso sgonfi, ho deciso di regalare alla scuola una sacca di palloni da calcio. Dato che mi piace pensare che attorno a questi articoli, nonostante la mia incostanza, si stia costruendo una piccola comunità di lettori, chiunque volesse contribuire al regalo e aiutarmi a fare le cose più in grande, può partecipare alla raccolta fondi con una donazione libera. Lascio le coordinate del mio conto corrente e del mio Paypall. Entro il 7 Gennaio, quando tornerò a scuola con il regalo, fornirò la documentazione per la trasparenza del tutto.
Buon Natale
DESTINATARIO: Giovanni Berti
IBAN: IT57B0306905476100000002672
PAYPAL: [email protected]
CAUSALE: Regalo Natale Cristo Rey
Giovanni Berti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 21 dicembre 2025




