
Dirigiamoci verso la Pasqua, riflettendo in profondità sul suo significato originario. E lo facciamo proponendo a tutti la meditazione che qualche anno fa il marradese Card. Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia, chiamato a questo compito da Papa Francesco, tenne nella Via Crucis del Venerdì Santo, al Colosseo, a Roma, il 25 marzo 2016.
La dividiamo in due parti, per facilitare la lettura e anche per scandire i giorni, venerdì e sabato santo, che precedono il gran giorno della Risurrezione di Gesù.
I stazione
Gesù è condannato a morte

Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
Gesù è solo dinanzi al potere di questo mondo. E si sottopone fino in fondo alla giustizia degli uomini.
Pilato si trova dinanzi a un mistero che non arriva a comprendere. Si interroga e chiede spiegazioni. Cerca una soluzione e arriva, forse, fin sulla soglia della verità. Ma sceglie di non varcarla. Tra la vita e la verità, sceglie la propria vita. Tra l’oggi e l’eternità, sceglie l’oggi.
La folla sceglie Barabba e abbandona Gesù. La folla vuole la giustizia sulla terra e sceglie il giustiziere: colui che potrebbe liberarli dall’oppressione e dal giogo della schiavitù. Ma la giustizia di Gesù non si compie con una rivoluzione: passa attraverso lo scandalo della croce. Gesù sconvolge ogni piano di liberazione perché prende su di sé il male del mondo e non risponde al male con il male. E questo gli uomini non lo capiscono. Non capiscono che da una sconfitta dell’uomo può derivare la giustizia di Dio.
Ognuno di noi, oggi, è parte integrante di quella folla che grida: «Crocifiggilo!». Nessuno può sentirsi escluso. La folla e Pilato, infatti, sono dominati da una sensazione interiore che accomuna tutti gli uomini: la paura. La paura di perdere le proprie sicurezze, i propri beni, la propria vita. Ma Gesù indica un’altra strada.
Signore Gesù,
come ci sentiamo simili a questi personaggi. Quanta paura c’è nella nostra vita!
Abbiamo paura del diverso, dello straniero, del migrante. Abbiamo timore del futuro, degl’imprevisti, della miseria. Quanta paura nelle nostre famiglie,
negli ambienti di lavoro, nelle nostre città… E forse abbiamo paura anche di Dio:
quella paura del giudizio divino che nasce dalla poca fede,dalla non conoscenza del suo cuore, dal dubbio sulla sua misericordia. Signore Gesù,condannato dalla paura degli uomini, liberaci dal timore del tuo giudizio.
Fa’ che l’urlo delle nostre angosce non ci impedisca di sentire la dolce forza del tuo invito:
«Non abbiate paura!».
II stazione
Gesù è caricato della croce

Dal Vangelo secondo Marco 15, 20
Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.
La paura ha emesso la sentenza, ma non può svelarsi e si nasconde dietro gli atteggiamenti del mondo: scherno, umiliazione, violenza e derisione. Ora Gesù è rivestito delle sue vesti, della sua sola umanità, dolorosa e sanguinante, senza più alcuna «porpora», né alcun segno della sua divinità. E come tale Pilato lo presenta: «Ecce homo!» (Gv 19, 5).
Questa è la condizione di chiunque si mette alla sequela di Cristo. Il cristiano non cerca l’applauso del mondo o il consenso delle piazze. Il cristiano non adula e non dice menzogne per conquistare il potere. Il cristiano accetta lo scherno e le umiliazioni che derivano dall’amore della verità.
«Che cos’è la verità?» (Gv 18, 38), aveva chiesto Pilato a Gesù. Questa è la domanda di ogni tempo. È la domanda di oggi. Ecco la verità: la verità del Figlio dell’uomo predetto dai Profeti (cfr Is 52, 13 – 53, 12), un volto umano sfigurato che svela la fedeltà di Dio.
Troppo spesso, invece, andiamo in cerca di una verità a buon mercato, che faccia comodo alla nostra vita, che risponda alle nostre insicurezze o che addirittura soddisfi i nostri più bassi interessi. In questo modo, finiamo per accontentarci di verità parziali e apparenti, lasciandoci ingannare dai “profeti di sventura che annunciano sempre il peggio” (San Giovanni XXIII) o da abili pifferai che anestetizzano il nostro cuore con musiche suadenti che ci allontanano dall’amore di Cristo.
Il Verbo di Dio si è fatto uomo,
è venuto a raccontarci la verità tutta intera, su Dio e sull’uomo.
Dio è colui che prende la croce sulle sue spalle (cfr Gv 19, 17) e s’incammina lungo la via del dono misericordioso di sé.
E l’uomo che si realizza nella verità è colui che lo segue in quel medesimo cammino.
Signore Gesù,
donaci di contemplarti nella teofania della croce, il punto più alto della tua rivelazione,
e di riconoscere nello splendore misterioso del tuo volto anche i tratti del nostro volto.
III stazione
Gesù cade la prima volta sotto la croce
Dal libro del profeta Isaia 53, 4. 7
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca.
Gesù è l’Agnello, predetto dal profeta, che s’è caricato sulle spalle il peccato dell’umanità intera. Si è fatto carico della debolezza dell’amato, dei suoi dolori e delitti, delle sue iniquità e maledizioni. Siamo arrivati al punto estremo dell’incarnazione del Verbo. Ma c’è un punto ancor più basso: Gesù cade sotto il peso di questa croce. Un Dio che cade!
In questa caduta c’è Gesù che dona senso alla sofferenza degli uomini. La sofferenza per l’uomo è a volte un assurdo, incomprensibile alla mente, presagio di morte. Ci sono situazioni di sofferenza che sembrano negare l’amore di Dio. Dov’è Dio nei campi di sterminio? Dov’è Dio nelle miniere e nelle fabbriche dove lavorano come schiavi i bambini? Dov’è Dio nelle carrette del mare che affondano nel Mediterraneo?
Gesù cade sotto il peso della croce, ma non ne rimane schiacciato. Ecco, Cristo è lì. Scarto tra gli scarti. Ultimo con gli ultimi. Naufrago tra i naufraghi.
Dio si fa carico di tutto questo. Un Dio che per amore rinuncia a mostrare la sua onnipotenza. Ma anche così, proprio così, caduto a terra come un chicco di grano, Dio è fedele a se stesso: fedele nell’amore.
Ti preghiamo, Signore,
per tutte quelle situazioni di sofferenza che sembrano non avere senso,
per gli ebrei morti nei campi di sterminio, per i cristiani uccisi in odio alla fede,
per le vittime di ogni persecuzione,
per i bambini che vengono schiavizzati sul lavoro, per gli innocenti che muoiono nelle guerre.
Facci capire, Signore,
quanta libertà e forza interiore c’è
in questa inedita rivelazione della tua divinità,
così umana da cadere
sotto la croce dei peccati dell’uomo, così divinamente misericordiosa
da sconfiggere il male che ci opprimeva.
IV stazione
Gesù incontra sua Madre
Dal Vangelo secondo Luca 2, 34-35. 51
Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.
Dio ha voluto che la vita venisse al mondo attraverso le doglie del parto: attraverso le sofferenze di una madre che dà la vita al mondo. Tutti hanno bisogno di una Madre, anche Dio. «Il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14) nel grembo di una Vergine. Maria lo ha accolto, lo ha dato alla luce a Betlemme, lo ha avvolto in fasce, lo ha custodito e fatto crescere col calore del suo amore, ed è giunta con Lui alla sua “ora”.
Adesso, ai piedi del Calvario, si compie la profezia di Simeone: una spada le trafigge l’anima. Maria rivede il Figlio, sfigurato e sfinito sotto il peso della croce. Occhi addolorati, quelli della Madre, partecipe fino in fondo del dolore del Figlio, ma anche occhi colmi di speranza, che dal giorno del suo “sì” all’annuncio dell’angelo (cfr Lc 1, 26-38) non hanno mai cessato di riflettere quella luce divina che risplende anche in questo giorno di sofferenza.
Maria è sposa di Giuseppe e madre di Gesù. Ieri come oggi la famiglia è il cuore pulsante della società; cellula inalienabile della vita comune; architrave insostituibile delle relazioni umane; amore per sempre che salverà il mondo.
Maria è donna e madre. Genio femminile e tenerezza. Sapienza e carità. Maria, come madre di tutti, «è segno di speranza per i popoli che soffrono i dolori del parto», è «la missionaria che si avvicina a noi per accompagnarci nella vita» e «come una vera madre, cammina con noi, combatte con noi, ed effonde incessantemente la vicinanza dell’amore di Dio» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 286).
O Maria, Madre del Signore, Tu fosti per il tuo Figlio divino
il primo riflesso della misericordia del Padre suo, quella misericordia che a Cana
gli chiedesti di manifestare.
Ora che tuo Figlio ci rivela il Volto del Padre fino alle estreme conseguenze dell’amore,
ti metti, in silenzio, sulle sue orme, prima discepola della croce.
O Maria, Vergine fedele,
prenditi cura di tutti gli orfani della Terra, proteggi tutte le donne
oggetto di sfruttamento e di violenza.
Suscita donne coraggiose per il bene della Chiesa. Ispira ogni madre a educare
i propri figli nella tenerezza dell’Amore di Dio, e, nell’ora della prova,
ad accompagnare il loro cammino con la forza silenziosa della sua fede.
V stazione
Gesù è aiutato da Simone di Cirene a portare la croce

Dal Vangelo secondo Marco 15, 21-22
Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «luogo del cranio».
Nella storia della salvezza compare un uomo sconosciuto. Simone di Cirene, un lavoratore che tornava dai campi, viene costretto a portare la croce. Ma proprio in lui, per primo, agisce la grazia dell’amore di Cristo che passa attraverso quella croce. E Simone, costretto a portare un peso controvoglia, diventerà un discepolo del Signore.
La sofferenza, quando bussa alla nostra porta, non è mai attesa. Appare sempre come una costrizione, talvolta perfino come un’ingiustizia. E può trovarci drammaticamente impreparati. Una malattia potrebbe rovinare i nostri progetti di vita. Un bambino disabile potrebbe turbare i sogni di una maternità tanto desiderata. Quella tribolazione non voluta bussa, però, prepotentemente al cuore dell’uomo. Come ci comportiamo di fronte alla sofferenza di una persona amata? Quanto siamo attenti al grido di chi soffre ma vive lontano da noi?
Il Cireneo ci aiuta a entrare nella fragilità dell’anima umana e mette in luce un altro aspetto dell’umanità di Gesù. Persino il Figlio di Dio ha avuto bisogno di qualcuno che lo aiutasse a portare la croce. Chi è dunque il Cireneo? È la misericordia di Dio che si fa presente nella storia degli esseri umani. Dio si sporca le mani con noi, con i nostri peccati e le nostre fragilità. Non se ne vergogna. E non ci abbandona.
Signore Gesù,
ti ringraziamo per questo dono che supera ogni aspettativa
e ci svela la tua misericordia.
Tu ci hai amati non solo fino a darci la salvezza, ma fino a renderci strumento di salvezza.
Mentre la tua croce dona senso a ogni nostra croce, a noi è data la grazia suprema della vita: partecipare attivamente al mistero della redenzione, essere strumento di salvezza per i nostri fratelli.
VI stazione
Veronica asciuga il volto di Gesù
Dal libro del profeta Isaia 53, 2-3
Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Tra la concitazione della folla che assiste alla salita di Gesù al Calvario, compare Veronica, una donna senza volto, senza storia. Eppure una donna coraggiosa, pronta ad ascoltare lo Spirito e seguirne le ispirazioni, capace di riconoscere la gloria del Figlio di Dio nel volto sfigurato di Gesù, e di percepirne l’invito: «Voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore» (Lam 1, 12).
L’amore, che questa donna incarna, ci lascia senza parole. L’amore la rende forte per sfidare le guardie, per superare la folla, per avvicinarsi al Signore e compiere un gesto di compassione e di fede: fermare il sangue delle ferite, asciugare le lacrime del dolore, contemplare quel volto sfigurato, dietro al quale è nascosto il volto di Dio.
Siamo istintivamente portati a fuggire dalla sofferenza, perché la sofferenza fa ribrezzo. Quanti volti sfigurati dalle aflizioni della vita ci vengono incontro e troppo spesso voltiamo lo sguardo dall’altra parte. Come non vedere il volto del Signore in quello dei milioni di profughi, rifugiati e sfollati che fuggono disperatamente dall’orrore delle guerre, delle persecuzioni e delle dittature? Per ognuno di loro, con il suo volto irripetibile, Dio si manifesta sempre come un soccorritore coraggioso. Come Veronica, la donna senza volto, che asciugò amorevolmente il volto di Gesù.
«Il tuo volto, Signore, io cerco!» (Sal 27, 8). Aiutami a trovarlo nei fratelli che percorrono la strada del dolore e dell’umiliazione.
Fa’ che io sappia asciugare le lacrime e il sangue dei vinti di ogni tempo, di quanti la società ricca
e spensierata scarta senza scrupolo. Fa’ che dietro ciascun volto,
anche quello dell’uomo più abbandonato,
io possa scorgere il tuo volto di bellezza infinita.
VII stazione
Gesù cade per la seconda volta
Dal libro del profeta Isaia 53, 2-3
Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Gesù cade ancora. Schiacciato ma non ucciso dal peso della croce. Ancora una volta Egli mette a nudo la sua umanità. È un’esperienza al limite dell’impotenza, di vergogna dinanzi a chi lo schernisce, di umiliazione davanti a chi aveva sperato in lui. Nessuna persona vorrebbe mai cadere a terra e sperimentare il fallimento. Specialmente di fronte ad altre persone.
Spesso gli uomini si ribellano all’idea di non avere potere, di non avere la capacità di portare avanti la propria vita. Gesù, invece, incarna il “potere dei senza potere”. Sperimenta il tormento della croce e la forza salvifica della fede. Solo Dio può salvarci. Solo Lui può trasformare un segno di morte in una croce gloriosa.
Se Gesù è caduto a terra una seconda volta, per il peso del nostro peccato, accettiamo allora anche noi di cadere, d’esser caduti, di poter cadere ancora per i nostri peccati. Riconosciamo di non poterci salvare da soli con le nostre forze.
Signore Gesù,
che hai accettato l’umiliazione
di cadere ancora sotto gli occhi di tutti, ti vorremmo non solo contemplare mentre sei nella polvere,
ma fissare in te il nostro sguardo,
dalla stessa posizione, anche noi a terra, caduti per le nostre debolezze.
Donaci la coscienza del nostro peccato,
quella volontà di rialzarsi che nasce dal dolore. Dà a tutta la tua Chiesa
la consapevolezza della sofferenza.
Offri in particolare ai ministri della Riconciliazione il dono delle lacrime per il loro peccato.
Come potrebbero invocare
su di sé e sugli altri la tua misericordia
se non sapessero prima piangere le loro colpe?
(1 – continua)
Foto di Marta Magherini – riproduzione riservata
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 14 aprile 2017 (prima edizione)
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 2 aprile 2021




