
Firenzuola, lunedì 29 maggio 1944. Come rappresaglia contro una precedente azione partigiana, truppe nazi-fasciste effettuano un rastrellamento dopo aver fatto chiudere il paese, particolarmente affollato in quanto giorno di mercato: tutti gli uomini presenti vengono arrestati, radunati e infine caricati su camion diretti a Villa Triste, luogo di tortura fiorentino. Essendo tuttavia già pieno di prigionieri, i Firenzuolini vengono portati nelle carceri della Fortezza di Prato, dove rimangono per una decina di giorni prima di essere condotti al campo di smistamento di Fossoli, in provincia di Modena; da qui parte il loro viaggio più lungo ed estenuante, che li conduce al purtroppo celeberrimo campo di concentramento di Mauthausen, nel quale vengono selezionati gli abili al lavoro per venire mandati in fabbriche o in lager a esso predisposti.
Tra questi anche Benito Giuntini, giovane di sedici anni e mezzo, la cui storia ci è di particolare interesse, non solo perché ha valore esemplificativo per quelle di molti, ma anche perché comunica un messaggio di grande attualità. Giuntini, dopo una permanenza di venticinque giorni nel campo di concentramento, viene portato a Spandau, nella zona della periferia di Berlino che diverrà famosa per la presenza di un carcere deputato alla reclusione dei gerarchi nazisti nel dopoguerra: questa struttura è stata tra l’altro demolita nel 1987 per impedire che divenisse meta di pellegrinaggio per movimenti neo-nazisti. Il giovane firenzuolino deve lavorare in un’industria addetta alla produzione di veicoli corazzati, e in particolare dei Panzer, i famosi carri armati tedeschi: il lavoro quotidiano è molto duro e l’unico riposo è garantito da quello che può trovare in una baracca nel campo d’internamento vicino alla fabbrica.
L’autunno e l’inverno nella gelida Germania sono stagioni infernali e le condizioni orribili di lavoro rendono ancora più aspra la sua condizione fisica, aggravata da dolori di stomaco, probabilmente dovuti all’inconsistenza del rancio, che Giuntini sarà costretto a portarsi dietro per tutta la vita.
Ma qualcosa sta cambiando. A fine aprile del 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa entrano a Berlino e la tanto anelata liberazione riesce a concretizzarsi, anche se Spandau, trovandosi nella periferia a ovest di Berlino, è fra le ultime zone in cui i Russi possono arrivare: gli ormai ex detenuti vengono radunati e provvisoriamente sistemati in una città vicina, sgombrata dai civili appositamente per accoglierli. Il viaggio del ritorno, anche se allietato dall’idea di tornare finalmente a casa, non è meno burrascoso: complici i collegamenti dissestati e larghe parti di binari ferroviari bombardati, esso si trasforma in una vera e propria odissea durata più di un mese e conclusasi nell’ottobre del 1945.
Benito Giuntini riuscirà a reinserirsi nella società e a condurre una vita serena: dopo essersi messo in luce come difensore dei più deboli per aver svolto l’attività di sindacalista e in particolare quella di mediatore tra possidenti terrieri e braccianti o mezzadri, nel 1959 aprirà un negozio di abbigliamento che porta ancora il suo nome e che gestirà in prima persona, insieme alla moglie Fiorenza e poi al figlio Roberto, fino alla sua scomparsa, sopraggiunta nel 2010.
Ma questa è un’altra storia, non facciamoci distrarre dal fatto che Benito abbia avuto la forza di costruirsi nel dopoguerra la sua “normalità”: in lui sono sempre rimaste indissolubili le emozioni, le sofferenze e in definitiva il ricordo in toto di ciò che aveva vissuto in quei lunghi mesi di prigionia. Proprio l’importanza di ricordare, e in particolare di tenere viva la testimonianza dei reduci provenienti dalla provincia di Firenze, ha costituito la base della cerimonia di consegna delle medaglie d’onore del Presidente della Repubblica, tenutasi in occasione del Giorno della Memoria; la cornice di questa celebrazione è stata il solenne Memoriale di Santa Croce, da poco restaurato: esso accoglieva anche una mostra itinerante sulla Shoah, organizzata proprio per il 70° anniversario della liberazione di Auschwitz. Dopo una toccante esecuzione dell’Inno d’Italia, è intervenuto il prefetto Luigi Varratta, che ha ricordato come sia importante riflettere su “una delle pagine più buie che abbiamo vissuto in Europa”, sacrifici che tuttavia non sono stati vani, perché hanno originato il “nostro Paese libero e democratico”; tuttavia per mantenerlo è necessario un costante impegno teso a coltivare la memoria, da portare avanti ogni giorno e non solo in caso delle celebrazioni.
Ha poi parlato Andrea Cappelli, presidente del Parlamento regionale degli studenti tra il 2011 e il 2013 (periodo nel quale ha partecipato a due viaggi con il Treno della memoria), che ha evidenziato quanto sia fondamentale, parafrasando Primo Levi, “essere portatori di memoria attiva”, vale a dire riuscire a passare con efficacia dalle parole ai fatti nella lotta a qualsiasi tipo di discriminazione e demagogia: lui stesso, per portare avanti questo progetto, ha partecipato non solo a incontri nelle scuole, ma anche convegni e dibattiti in collaborazione con le amministrazioni comunali. Il pomeriggio è infine terminato con la consegna delle medaglie d’onore, conferite dal prefetto Varratta insieme ai sindaci dei comuni di provenienza degli insigniti: per il Mugello erano presenti i primi cittadini di Barberino, Firenzuola, Marradi, Palazzuolo sul Senio e Vaglia.
Tra le onorificenze, due avrebbero dovuto essere ritirate personalmente (in realtà ha presenziato all’evento solo l’ex deportato Renzo Montini), mentre altre ventisei, alla memoria, sono state assegnate ai familiari: tra questi anche Roberto Giuntini, figlio di Benito, che, commosso, ha ritirato il premio dalle mani del sindaco di Firenzuola Claudio Scarpelli.
Così si è quindi chiuso il cerchio attorno alla vicenda di Benito Giuntini, un uomo che con la sua vita ha saputo evidenziare come la forza di volontà può integrarsi alla memoria per costruire quel futuro che per noi è oggi il presente.
E per preservarlo, come ha chiarito in un passaggio del suo discorso il prefetto Varratta, occorre “mantenere alta la guardia” e non “sottovalutare i pericolosi focolai che si vedono oggi nel mondo”; in altre parole bisogna fare attenzione a non ricadere nella spirale dell’odio, della tirannia e dell’intolleranza, vanificando il sacrificio di molte persone in nome di facili populismi. Ciò che ci può e deve permettere tuttavia di ottenere questi risultanti è concettualmente semplice quanto arduo da coltivare: la memoria.
Giancarlo Lazzerini
© Il filo, Idee e notizie dal Mugello, aprile 2015






