Se la ricostruzione storica di Beppe Sangiorgi è corretta –e la ricerca dalla quale è scaturita ne testimonia la fondatezza e la serietà-, allora la terra mugellana, e più precisamente l’Alto Mugello, possono ora vantare un merito non da poco. Quello di essere stati i luoghi nei quali è nato uno dei più importanti vitigni italiani. Sangiorgi, giornalista, scrittore e storico del mondo rurale romagnolo, che è nato e vive a Casola Valsenio, paese confinante con Palazzuolo sul Senio, nel suo libro “Sangiovese vino di Romagna. Storia e tipicità di un famoso vitigno e di un grande vino”, scritto a quattro mani con Giordano Zinzani, ha sviluppato una ricerca sull’origine del nome e sulla culla del Sangiovese, figlio di due vitigni toscani, ipotizzandola nei monasteri vallombrosani di Crespino e Santa Reparata a Marradi, Susinana a Palazzuolo sul Senio e Moscheta a Firenzuola. Da lì il vitigno è disceso nelle vallate faentine ed Imolesi e poi si è diffuso in tutta la Romagna prendendo e mantenendo sempre e solo il nome di Sangiovese. Dall’altra parte è sceso in Toscana assumendo i nomi di Sangiogheto, Sangioeto, SanZoveto e Sangioveto. Il vitigno non solo ha assunto due nomi differenti di qua e di là dell’Appennino, ma ha sviluppato nei secoli anche caratteri diversi stante la sua grande sensibilità al territori.

Diamo la parola direttamente a Sangiorgi: “Ma quale può essere stata la culla del Sangiovese tra le giogaie che corrono dall’Alpe di Marradi fino in vista di Firenzuola? Molti indizi concorrono ad individuarla nei monasteri della Congregazione Vallombrosana, sorti in questa parte dell’Appennino Tosco-Romagnolo conosciuto come le Alpi di Firenze, mentre nel restante settore orientale gli insediamenti monastici erano della Congregazione Camaldolese. Di monasteri vallombrosani nel basso Medioevo se ne contavano in quel tratto ben cinque di cui tre lungo l’antica strada che da Firenze portava a Faenza: nel versante toscano fu fondata nel 1035 la Badia di San Paolo a Razzuolo, mentre nel corrispondente versante romagnolo, nel territorio di Marradi, troviamo la Badia di Santa Reparata in Salto (poi Badia del Borgo), fondata dai Benedettini ed appartenuta ai Vallombrosani dal 1090 e l’Abbazia di Santa Maria a Crespino aggregata alla Congregazione Vallombrosana nel 1112. Nella valle del Senio, in comune di Palazzuolo, si trova ancora la Badia di Santa Maria in Rio Cesare, detta di Susinana, sorta nel XII secolo, mentre nell’alta valle del Santerno, a monte di Firenzuola, fu eretta nel XII secolo la Badia di San Pietro a Moscheta per iniziativa di San Giovanni Gualberto, fondatore della Congregazione Vallombrosana dell’Ordine Benedettino. I monaci vallombrosani erano degli esperti selvicoltori e soprattutto viticoltori, come del resto tutti confratelli delle varie congregazioni (…) I monaci dovevano disporre di vino, soprattutto rosso, per le celebrazioni religiose e la vita di tutti i giorni (…) Il Basso Medioevo presentava trasporti rischiosi, dazi pesanti, incertezza sulla qualità del vino sballottato lungo le strade di allora. Per questo, secondo Leo Moulin “E’ logico che i monaci abbiano sistematicamente provveduto a creare dei vigneti ovunque si stabilissero, perfino nelle zone, a prima vista, meno propizie”. Come appunto l’alto Appennino Tosco-Romagnolo, che però per la gran parte della prima metà del secondo millennio ha goduto di favorevoli condizioni conseguenti a un evento climatico di eccezionale importanza conosciuto come il “periodo caldo medievale”. Lo prova quanto scriveva nel 1833 lo storico e naturalista toscano Emanuele Repetti: “La vigna però sembra che nei secoli trascorsi si coltivasse con più impegno che oggi dì là dagli Appennini, sia nella provincia del Mugello sia in quella del Casentino”. Il mutamento climatico in senso sfavorevole ha poi costretto i contadini dell’Appennino a cercare particolari metodi di coltivazione del sangiovese. Come il sistema ancora praticato attorno alla metà del ‘900 nei monti di Palazzuolo sul Senio a quote anche superiori ai 700 metri slm; si piantavano i vitigni lungo i muretti a secco che guardavano a mezzogiorno e in corrispondenza di ciascuno si infilavano dei paletti negli interstizi del muretto, ad una altezza di circa un metro e mezzo. Ad ognuno di questi si legava una vite che si sviluppava in orizzontale, formando una sorta di pergolato con più vantaggi: una maggiore esposizione all’irradazione solare e il riscaldamento durante le giornate di sole dalle pietre del muro che mantenevano l’aria calda per qualche tempo dopo il tramonto”.
E Sangiorgi termina riportando una testimonianza di fine ‘800: “E’ plausibile in ogni caso che i monaci dei monasteri vallombrosani della Romagna Toscana occidentale abbiano dato vita in stretto contatto tra loro alla coltivazione di una varietà di vitigno di uva nera, il sangiovese, capace di attecchire e crescere nei magri terreni di montagna, rubando spazio a boschi e castagneti, con un adattamento a quei luoghi e a quel clima che ne ha permesso la sopravvivenza per secoli. Lo testimonia la cronaca di un viaggio intrapreso dal brisighellese Achille Lega attorno al 1885: “Visitai con vero piacere le Valli della Baia del Borgo, di Acereto dagli aceri, di Susinana, e ritrovai dipinti superbi, costruzioni colossali che dimostrano la potenza e ricchezza de’ Signori del medioevo. Boschi di castagno, di roveri, di faggi ove pennato mai non giunse tu riscontri, e vigneti che danno un ottimo sangiovese”.
© Il filo, Idee e notizie dal Mugello, 17 giugno 2015





