BORGO SAN LORENZO – Di recente, poco prima che si aggravasse, il Cardinal Silvano Piovanelli, ha concesso al “Filo” una lunga intervista. Nella quale tocca numerosi temi, raccontando la sua infanzia e la sua vocazione, i rapporti con la famiglia, il ricordo di alcuni sacerdoti mugellani e della decisione di unificare le parrocchie a Borgo San Lorenzo.
Qui oggi, pubblichiamo la prima parte di questa intervista, quella nella quale parla della sua vocazione giovanile e in generale della sua infanzia.
Eminenza, può raccontarci qualcosa della sua infanzia, e in particolare come nacque la sua vocazione?
Io sono nato a Ronta, e, fino all’esame per l’ammissione al Ginnasio, non ero stato nemmeno a Firenze. Andai in quell’occasione per la prima volta nella città. Nel cuore e nella mente, quante cose sono rimaste del Mugello! E quando rivedo quelle montagne ritrovo un ambiente familiare, le mie radici.
La vocazione è nata lì, in una maniera semplicissima, così semplice da meravigliare anche me ora che ci ripenso. Ero con altri ragazzi del catechismo assieme al priore, Don Giuseppe Bertaccini. Eravamo in gita, in strada, molto allegri, uno di noi suonava il tamburo, noi cantavamo. Una donna, nell’aia di un contadino, ci vide e disse riferita al priore: ”Ma guardalo, sembra Don Bosco!” Io mi voltai a guardarlo e mi parve di leggere tanta luce e gioia nei suoi occhi che dentro il mio cuore dissi: “Io vorrei essere come lui!” Questo è l’inizio della mia vocazione: vedendo un sacerdote ho desiderato diventare prete anche io! Così ne parlai con la mia catechista, una bravissima suora alla quale sono rimasto attaccato diversi anni, e poi anche con i miei.
Ero così deciso che nonostante avessi soli 11 anni, finite le elementari, lasciai il paese e venni a Firenze in seminario senza voltarmi indietro e senza avere nostalgia di ciò che avevo lasciato, né ripensamento alcuno. Sono rimasto attaccato a Ronta così come un ragazzo è attaccato alla famiglia di origine. Quando dal seminario ci mandavano in vacanza due-tre settimane, al massimo un mese, per stare in famiglia, io stavo coi ragazzi del paese e li portavo in gita, spesso all’Alpe. A piedi s’intende! Questo mi è rimasto nel cuore come una cosa cara. Come mi è rimasto nel cuore la casa dove ho abitato: le stanze, le scale, la porta.
Che ricordi ha della vita mugellana di quell’epoca?
Della società mugellana non ricordo molto. Mi è rimasto in mente di Ronta più che altro, ed era la fedeltà a certe tradizioni religiose. Per esempio una volta al mese la Messa non si celebrava a San Michele, ma alla chiesa vecchia. Ricordo che quelli della Compagnia facevano delle preghiere particolari. Che fossero le Lodi l’ho capito più tardi. Ricordo questi uomini vestiti di bianco che cantavano prima della Messa. Da un punto di vista religioso non ho molti ricordi, anche perché sono entrato da bambino in seminario. L’attenzione al problema religioso si pone infatti, via via che si cresce con l’adolescenza, la gioventù. Ricordo solo questo, che allora c’erano i vespri la domenica sera al posto della Messa vespertina che allora non esisteva, però si andava in chiesa lo stesso. Ho un ricordo quasi fisico, mia mamma che mi portava con sé al vespro e me ne rammento bene perché si metteva l’abito della domenica, che aveva un profumo diverso da quello di sempre, lo sentivo camminando accanto a lei. Una cosa strana che mi è rimasta nella mente di bambino e che ho sentito sempre di più via via che queste cose sono scomparse, perché ora ci si veste sì un po’ meglio la domenica, ma siamo sempre vestiti bene!
E gli amici, in paese?
Avevo alcuni amici ai quali sono rimasto legato durante gli studi classici prima e teologici poi. Ci si ritrovava assieme, si parlava. Ma quando uscivo dal seminario per le vacanze, per loro ero il seminarista e forse c’era un po’ di distacco. Purtuttavia siamo rimasti molto amici, tanto che anche dopo sono rimasto in rapporto e in certi momenti importanti della vita sono stato loro vicino.
La famiglia accettò di buon grado la sua scelta di entrare in seminario?
Mio padre non condivideva le mie scelte. Me ne accorsi perché io facevo la quinta elementare ma andavo ad aiutarlo nel suo lavoro (a quel tempo si poteva!): gli reggevo il pentolino mentre imbiancava. Faceva il muratore e l’imbianchino nella fattoria del Sacchetti a Ronta. Ricordo che ad un certo momento, quando ebbi confidato alla mamma che volevo andare in seminario , e lei evidentemente lo aveva comunicato al babbo, lui iniziò a farmi delle proposte. Diceva: “Io e te bisogna lavorare assieme… s’aiuta la mamma…poi s’arriva a comprare una casa lavorando io e te assieme…” Ho capito poi che si trattava di una sorta di tentativo di dissuadermi dalla mie scelte, di non farmi intraprendere quella strada. Però oltre questo, nulla di più. Sì, mi son reso conto che lui non appoggiava la mia scelta, però la rispettava e sempre l’ha rispettata. La mamma invece non ha applaudito, ma non si è opposta. Avevo poi un fratello, più piccolo di me di tre anni. Quando sono entrato in seminario faceva la seconda elementare e influiva poco su queste cose.
Mi rendo conto di avere fatto la scelta per la vita che ero ancora bambino. E dentro di me ancora mi meraviglio della decisione che ho preso allora: decisione matura, senza ombra di dubbio e senza molti dubbi e approfondimenti. Perché altrimenti l’età dello studio, lo stare lontano da casa il non avere più gli stessi amici in qualche maniera avrebbero influito, invece no.

Sembra quasi impossibile, con la mentalità di oggi, una scelta così importante a un’età così giovane. Siamo diventati troppo complicati?
Non lo so. Siamo oggi in una crescita psicologica e culturale che ci mette, con l’esperienza, su un panorama più vasto, meno unico. Forse a quei tempi là avevamo meno orizzonti. E per me l’orizzonte unico è stato quello, e devo ringraziare il Signore perché su questa strada non mi ha permesso incertezze. E’ stata una scelta di un bambino di 11 anni, ma la ritrovo ancora come una scelta assoluta, una scelta di vita, anche se non ero capace allora di comprendere fino in fondo. Volevo diventare prete come il mio parroco.
E’ una scelta che fa felice?
E’ una scelta che mantiene l’unità della persona, nel senso che uno non ha da guardare a destra e a sinistra, da fare altri confronti. Quindi la persona rimane solidamente ancorata a questa scelta e non ha bisogno di tornarci sopra e approfondire ma sarà il tempo stesso che approfondirà la scelta iniziale, che tuttavia è già totale. Devo ringraziare il Signore che non ha permesso che avessi particolari turbamenti e lotte interiori neppure nell’adolescenza, e sono sempre rimasto su quella linea.

Per diversi sacerdoti non è stato così, e c’è chi alla fine ha rinunciato…
Le crisi dei confratelli ed il confronto con essi, invece che essere un ostacolo alla missione, sono state per me un aiuto. Come chi essendo entrato su una strada, che ritiene sia la sua strada, trovando altre persone che hanno incertezze, è grato al Signore di non averne e considerando la sua certezza personale si rende conto di quanto altri abbiano bisogno di essere rassicurati, illuminati, sostenuti, di modo da non aver paura delle scelte. Devo ringraziare Dio perché da un punto di vista professionale e culturale non ero certamente preparato a far queste cose, ad esser sostegno per altri, ma non ho avuto difficoltà né con i sacerdoti né con i seminaristi con i quali ho avuto contatti per tanti anni. La serenità con la quale ho camminato sulla mia strada mi ha fatto più attento e sensibile alle difficoltà degli altri.
(1 – segue)
(la seconda parte dell’intervista)
Intervista di Paolo Guidotti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 18 luglio 2016






2 commenti
D.Silvano un grande dolce prete!!