La benedizione prima della partenza, mercoledì 23 Luglio 2025
SCARPERIA E SAN PIERO – Nella mattina di mercoledì 23 Luglio un gruppo di giovani parrocchiani di San Piero a Sieve è partito con don Daniele Centorbi per raggiungere Roma a piedi, dopo una S. Messa celebrata nel pomeriggio del giorno precedente per salutare la comunità parrocchiale, che ha affidato al gruppo richieste e preghiere. Fra queste c’era anche anche una busta di Paolo Facibeni, contenente i suoi ricordi dei pellegrinaggi giubilari ed alcuni cimeli di quello del 2000; un bel pensiero da parte sua. Il dottor Paolo Facibeni, infatti, oggi novantenne, ha vissuto i pellegrinaggi di due giubilei uno nel 1950 in autobus, con partenza proprio da San Piero (Paolo è infatti figlio dell’allora medico condotto Dr. Ettore Facibeni) – ed uno a piedi nel 2000, con la parrocchia di Badia a Ripoli. Un racconto, che ci riporta a tempi lontani e alle emozioni e ai pensieri che – in ambedue le esperienze – lo hanno accompagnato:
Il sole di una splendida alba del 20 agosto 1950, illuminò un gruppo di parrocchiani radunati sul sagrato della chiesa in prossimità della statua di S. Pietro, patrono del paese. L’emozione e la contentezza animavano la chiassosa conversazione. Di lì a poco, sarebbero partiti per Roma con il pellegrinaggio organizzato dal Parroco don Novello Chellini, in occasione dell’Anno Santo.
Nelle settimane precedenti si era molto parlato del viaggio che avrebbe aperto a nuove esperienze, a una meta che per alcuni sarebbe stata forse anche l’ultima, considerato il lasso di tempo per arrivare al successivo anno giubilare. Posizionati e legati i bagagli sul tetto dell’autobus (allora le valigie venivano sistemate lassù), Don Chellini assegnò a ciascuno il proprio posto. Ai ragazzi come me fu riservato il cosiddetto strapuntino, una sorta d’asse poco imbottita agganciata ai sedili di corridoio di una stessa fila, che permetteva di aumentare il numero dei posti a sedere, eliminando però la percorribilità del corridoio stesso.
Un saluto e un abbraccio a parenti ed amici, un ultimo accurato controllo, una preghiera di buon viatico e si parte: destinazione Roma. Cinquant’anni dopo, mosso da motivazioni non solo giubilari, mi ritrovo alle 6,30 del 24 agosto 2000 in piazza di Badia a Ripoli con un gruppo di persone in partenza per Roma. Questa volta non con un modernissimo, comodo, accessoriato autopullman, ma a piedi come i Romei dei secoli scorsi.
Dopo aver partecipato alla S. Messa che don Antonino Spanò, Parroco di Badia a Ripoli, ha celebrato appositamente per noi pellegrini, salutata l’esigua folla d’amici e parenti, moviamo i primi passi. Per tutti noi questa è un’esperienza nuova, e grande è l’incertezza sul buon fine del viaggio. Tuttavia, siamo tutti ottimisti, fortemente motivati e decisi a raggiungere la meta prefissata: Piazza S. Pietro a Roma.
Con l’avvicinarsi di quell’anno 2000, che non sembrava più una data da fantascienza, andava formandosi in me l’idea di una lunga passeggiata fino alla capitale in occasione del Giubileo. Un insieme di pensieri stimolati dalle storie e dalle leggende sulla Via Francigena (percorso dei pellegrini che si recavano a Roma dall’Europa occidentale), pubblicate sempre più frequentemente con l’avvicinarsi dell’Anno Santo, ed un forte desiderio di ripercorrere a piedi come gli antichi Romei quella Via Cassia, che cinquant’anni prima – e sempre in occasione di un Giubileo – avevo percorso per la prima volta in autobus, sollecitavano questa mia crescente aspirazione.
Ormai, quasi rassegnato alla possibilità di realizzazione del lungo viaggio in solitudine, per la progressiva disgregazione di un gruppo che era sembrato sulle prime abbastanza deciso a concretizzare l’impresa, ecco che il sogno si avvera grazie all’incontro con un amico che, avendo il mio stesso desiderio, stava cercando compagnia per raggiungere Roma a piedi.
Il pellegrinaggio, molto bene organizzato, era stato suddiviso in 12 tappe, ciascuna di circa 25-30 km, individuate a seguito di una accurata ricognizione dell’intero percorso, alla ricerca di strutture religiose o civili adeguate ad un economico, tranquillo pernottamento e alla preparazione di una robusta cena.
Un pulmino Ducato, che secondo il programma avremmo dovuto guidare a turno – e che invece fu poi guidato sempre da Gianpaolo, il mio amico – con il suo carico di effetti personali e brandine da campo, avrebbe avuto anche l’eventuale compito di recuperare chi non ce l’avesse fatta a raggiungere agevolmente l’agognata sede di pernottamento.
Finalmente il mio sogno sembrava realizzarsi; l’attesa mi rendeva felice e non affatto preoccupato che tale importante esperienza venisse condivisa con persone in prevalenza sconosciute. Mi entusiasmava il pensiero di recuperare quell’ormai dimenticata dimensione del tempo e della distanza, che mi avrebbero permesso di gustare fino in fondo la bellezza dei luoghi attraversati e di riflettere, con la mente libera dai pensieri del quotidiano, sui misteri della vita e dell’universo.
L’avventura era finalmente iniziata ed io cercavo di viverla e di gustarla il più intensamente possibile fino alla fine, sorseggiandola come un bicchiere di buon vino. I primi chilometri di strada, particolarmente familiari, servirono a regolare le diverse andature dei partecipanti su un ritmo di marcia comune a tutti, ed a consolidare con alcuni l’improvvisata amicizia avvenuta nelle riunioni preparatorie del pellegrinaggio.
La prima tappa, di circa 23 Km, prevedeva il pernottamento a Greve in Chianti, in Località Greti presso un complesso di proprietà di un circolo parrocchiale, dove arrivammo stanchi e con i piedi un po’ doloranti. La preparazione della prima cena, e la sistemazione delle brande per il pernottamento, aumentò la stanchezza, che pian piano il cibo, l’area fresca della sera, e soprattutto la conversazione, riuscirono a mitigare. Così, quando rilassati e felici per la giornata trascorsa ci sdraiammo sulle brande, cademmo in un sonno profondo.
Avevamo stabilito di non camminare durante le ore più calde del giorno cosicché, essendo la sveglia programmata tra le tre e le cinque, la partenza avveniva talvolta prima dell’alba. La mattina seguente partimmo con il sole appena sorto, ma con i negozi ancora chiusi; il primo bar o panificio aperto e fornito di paste o panini fu subito preso d’assalto. Visto l’ottimo risultato, tale prassi divenne una consuetudine.
Dopo l’esperienza del primo giorno la recita della preghiera, con sosta di circa 30’ a circa metà del percorso giornaliero, fu sostituita con una versione itinerante – che comprendeva anche il S. Rosario – lungo i primi chilometri di tappa, per evitare l’interruzione del ritmo di camminata, che rendeva difficile la ripresa. La Corona, spesso recitata al fare del giorno dalla fila di pellegrini, e che diveniva sempre più definita passando dall’ombra alla luce, ispirava in me un’atmosfera di serenità e di pace interiore, tale da condizionare il mio successivo atteggiamento verso una rivalutazione di tale pratica.
La nascita del giorno, seppur sempre ripetitiva, assumeva ogni mattina una particolare originalità con le forme grigie delle valli e delle colline che, illuminate dalla luce di un cielo policromo, prendevano gradualmente colore e vita. Dal silenzio delle tenebre, interrotto saltuariamente dalla presenza di qualche animale notturno, all’alba di un nuovo giorno accompagnata dal cinguettio degli uccelli, dal canto di un gallo e dal risveglio di tutta la natura circostante: uno spettacolo magnifico e rilassante, che favoriva la meditazione e la preghiera.
Non più abituati a lunghi trasferimenti a piedi, sembrava molto lungo il cammino da compiere per raggiungere un nuovo paese sulla collina, sebbene la distanza fosse soltanto di pochi chilometri. Veniva quindi da pensare che, nei secoli scorsi, le persone avessero una diversa percezione del tempo, che questo scorresse quasi meno velocemente, permettendo un modo di vita più rilassato e non frenetico come quello a cui adesso siamo avvezzi.
Molti tratti del cammino coincidevano con quella Via Cassia che cinquant’anni prima avevo percorso a bordo di un rombante autobus di pellegrini che, come adesso, avevano una stessa meta da raggiungere. Ma allora i miei pensieri erano quelli di un adolescente che, dopo aver vissuto un periodo particolarmente tragico come quello della guerra, condivideva con gli altri le speranze in un futuro diverso da quello appena passato, assaporando il viaggio come la realizzazione di uno dei tanti sogni. Non solo un pellegrinaggio, ma anche una bella gita turistica alla scoperta di un mondo nuovo e storicamente importante: la Roma Caput Mundi.
Cinquant’anni dopo, il nome di quella strada – Via Cassia – mi ha fatto ripensare ai molti, grandi personaggi dell’antica Roma: dai consoli ai legionari che avevano progettato, costruito e percorso non solo una diffusa, imponente viabilità, ma una serie di città ricche di opere architettoniche tuttora esistenti, a testimonianza di un’avanzata professionalità architettonica ed ingegneristica.
Ripercorrendola ora a piedi, come i tanti Romei che nel Medioevo scendevano da nord lungo la Via Francigena, i miei pensieri erano completamente diversi. I sogni giovanili si erano in parte realizzati, ed il mondo era profondamente cambiato in meglio, con un benessere sempre in crescita, ma forse ad una eccessiva velocità. Inoltre con il trascorrere degli anni, l’ottimismo derivante dall’entusiasmo veniva progressivamente sostituito dal pessimismo della ragione.
In quei dodici giorni di cammino ho scoperto paesaggi bellissimi, che la velocità di un’auto non permette di valutare. Ho attraversato e sostato in paesi che, con la loro struttura, riportavano la mente ai secoli trascorsi facendomi immergere, con un diverso concetto di tempo, nei personaggi e nei Romei che li avevano vissuti nel passato.
Anno Duemila in piazza San Pietro, Facibeni ultimo da sinistra
Da quel lontano 1950 erano cambiate molte cose, anche nella liturgia ecclesiastica. In particolare la S. Messa che, dall’interno della Basilica di S. Pietro, era stata trasferita nella piazza omonima, ed anche il successivo percorso papale per la benedizione dei fedeli ora avveniva sempre nella piazza, e con la papamobile, anziché all’interno con la sedia gestatoria. A proposito di quest’ultima, ricordo che, in quell’agosto del 1950, nella Basilica di San Pietro c’era un gran caldo, ed una ressa avanzava lungo le transenne di delimitazione del tragitto che Papa Pio XII avrebbe percorso sulla lettiga pontificia.
Piccolo e sommerso da tanta gente, con un gran desiderio di liberarmi da quell’oppressione, e di uscire a respirare l’aria di un tardo pomeriggio romano, riuscii solo per poco ad intravedere Pio XII che, dalla sedia gestatoria, benediceva i fedeli.
Cinquant’anni dopo, comodamente seduto in Piazza San Pietro, ho potuto partecipare alla S. Messa ed all’udienza di Papa Giovanni Paolo II che, sebbene già colpito nel fisico, mostrava con sguardo profondo la Sua forza d’animo e la Sua granitica fede.
Usando i mezzi pubblici – e non il nostro autobus, come cinquant’anni prima – abbiamo raggiunto le tre Basiliche Giubilari e la Scala Santa che, come allora, ho salito in ginocchio pregando. A metà dell’ascesa lo squillo di un telefonino si è insinuato nella mia preghiera, interrompendola. Un po’ confuso ho allora pensato che, dopo 50 anni, anche il rapporto di intimità con Dio fosse cambiato, e cosi mi sono rivolto a Lui sussurrandogli: “Scusami Signore, non possiedo il cellulare e quindi non posso mandati messaggini, Ti prego accogli ugualmente la mia preghiera, che viene sincera dal profondo del mio cuore”.
Paolo Facibeni
Ragazzi e ragazze di San Piero, con don Daniele Cenrorbi e Paolo Facibeni
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