BORGO SAN LORENZO – Come ogni domenica, un sacerdote del Vicariato del Mugello propone ai lettori del Filo una riflessione sul Vangelo domenicale. Stavolta è il turno di don Luciano Marchetti, pievano di Borgo San Lorenzo. Che ci conduce a ripensare al valore del servizio per amore: “chi si dona serve e chi serve per amore è felice”.
Al centro del Vangelo di questa Domenica ci sono parole rischiose e luminose: “servitore, schiavo, servo”. “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti“. “Servitore, schiavo, servo”: parole che suonano veramente male; parole fastidiose, sgradevoli. I servi lavorano e lavorano tanto. E li fanno lavorare tanto.
Prendiamo questa parola “servo” e ci ragioniamo sopra. Partiamo, però, col piede giusto. Questa parola “servo” va letta col Vangelo, colla Bibbia perché questo è il contesto per comprenderne il vero significato.
Ora guardiamo a Gesù. Guardiamo a Maria.
Guardiamo a Gesù che è il Servo di Jahvè, di cui parla il profeta Isaia, che offre se stesso in sacrificio di riparazione. E questo nostro Gesù, questo Maestro meraviglioso, questo Profeta formidabile, questo Figlio di Dio che si è fatto Figlio dell’uomo, dichiara proprio di non essere venuto per farsi servire ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. E durante l’Ultima Cena si cinge di un asciugamano, si inginocchia davanti a ciascuno dei suoi discepoli e dal basso cerca i loro occhi.
E anche Maria. Per ben due volte nel Vangelo di Luca, lei si autodefinisce “serva”. La prima volta, quando, rispondendo all’angelo, gli offre il suo biglietto da visita: “Eccomi, sono la serva del Signore“. La seconda, quando nel Magnificat afferma che Dio “ha guardato l’umiltà della sua serva”. Serva è parola biblica che non ha niente di passivo, non evoca sottomissione remissiva. Serva dice colei che è disposta a collaborare al progetto di Dio. Donna di servizio, dunque. Un titolo al quale Maria sembra gelosamente tenerci come fosse un antico blasone nobiliare.
Allora, leggendo la parola “servo”, vista in Gesù, vista in Maria, ci accorgiamo che questa parola è ricca e intrigante e che, però, va illuminata da un’altra parola che è il cuore del Vangelo, che è il volto e il nome di Dio: amore. La parola “servo” va letta dentro l’orizzonte di un’esperienza d’amore. E cominciamo a capire che “servo”, secondo la logica del Vangelo, è una persona che ama e che ama tanto.
Una sera, mentre la mamma preparava la cena, il figlio undicenne si presentò in cucina con un foglietto in mano. Con aria stranamente ufficiale il bambino porse il pezzo di carta alla mamma, che si asciugò le mani col grembiule e lesse quanto vi era scritto: “Per aver strappato le erbacce dal vialetto: 1 Euro. Per aver ordinato la mia cameretta: 1 Euro e 50. Per essere andato a comprare il latte: 50 centesimi. Per aver badato alla sorellina (3 pomeriggi): 3 Euro. Per aver preso due volte “dieci” a scuola: 2 Euro. Per aver portato fuori l’immondizia tutte le sere: 1 Euro. Mamma, totale: 9 Euro″.
La mamma fissò il figlio negli occhi, teneramente. La sua mente si affollò di ricordi. Prese una biro e, sul retro del foglietto, scrisse: “Per averti portato nel grembo 9 mesi: 0 Euro. Per tutte le notti passate a vegliarti quando eri ammalato: 0 Euro. Per tutte le volte che ti ho cullato quando eri triste: 0 Euro. Per tutte le volte che ho asciugato le tue lacrime: 0 Euro. Per tutto quello che ti ho insegnato, giorno dopo giorno: 0 Euro. Per tutte le colazioni, i pranzi, le merende, le cene e i panini che ti ho preparato: 0 Euro. Per la vita che ti do ogni giorno: 0 Euro”.
Quando ebbe terminato, sorridendo, la mamma diede il foglietto al figlio. Quando il bambino ebbe finito di leggere ciò che la mamma aveva scritto, due lacrimoni fecero capolino nei suoi occhi. Girò il foglio e sul suo conto scrisse: “Pagato”. Poi saltò al collo della mamma e la sommerse di baci.
“Servo”: una persona che ama e che ama tanto, cioè una persona che ha capito l’amore e l’amore è uno che si dona e uno che si dona serve e uno che serve per amore è felice.
Ripeto. Chi ama si dona, esce da sé – l’amore è uscire da sé, dal proprio egoismo – chi si dona serve, fa felice un’altra persona ma chi serve per amore è lui stesso felice.
Detto con il poeta indiano Tagore: “Dormivo e sognavo che la vita era gioia. Mi svegliai e vidi che la vita era servizio. Volli servire e vidi che servire era gioia”.
Allora “servo” è una parola che dice chi è il cristiano. Chi è il cristiano? E’ colui che di fronte all’amore di Dio, a un Dio così splendido, alleato dell’uomo, che ci vuole bene, che ci perdona, che non punta il dito per accusarci ma, come nell’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina, avvicina il dito ad Adamo: “Dai, camminiamo insieme!”, un Dio che si inginocchia ai piedi di ogni suo figlio, fascia le ferite, un Dio che non misura l’amore ma ci ama fino alla morte e alla morte di croce, cosa fa un cristiano? Sa che la sua risposta è insufficiente, come è inadeguata la risposta del bambino all’amore gratuito e grazioso della mamma.
Di fronte ai doni che ha avuto – il dono della vita e della fede – il cristiano dice: “Mi sento molto amato da Dio. Mi ha sfiorato con un amore immeritato, senza calcoli. Ho ricevuto doni così grandi che io sto attaccato a Dio. Dio c’è e gli voglio bene. Anch’io desidero rispondere con un amore gratuito”. E cosa ti capita? Che tu, quando fai la sua volontà e cammini con Lui e ti doni, a poco a poco, diventi felice anche tu.
Madre Teresa di Calcutta diceva spesso: “Quando si legge una lettera, si pensa a colui che ha scritto la lettera, non alla matita con cui essa è stata scritta. È esattamente questo che io sono nelle mani di Dio: una piccola matita. È Dio, Lui in persona, che scrive a modo suo una lettera d’amore al mondo, servendosi della mia opera”.
Non è stato appunto questo, Gesù? Uno strumento umile e docile nelle mani del Padre per permettergli di scrivere la sua lettera d’amore all’umanità. Noi che desideriamo prendere parte all’opera della salvezza, vogliamo offrirci a Dio con Gesù; vogliamo anche noi dare la nostra vita “in riscatto per tutti gli uomini”. E lo potremo fare soltanto passando sempre dalla porta del servizio perché “servo” sarà il nome con cui Dio ci chiamerà alla fine: “Vieni servo buono e fedele, hai servito la vita, vieni ed entra nella gioia del tuo Signore”.
Don Luciano Marchetti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 20 Ottobre 2024




