
BORGO SAN LORENZO – I sacerdoti e i diaconi del Vicariato del Mugello, a turno, propongono una riflessione tratta dalle letture della Messa domenicale. Oggi è la volta don Luciano Marchetti, Pievano di Borgo San Lorenzo
Con queste tre parabole – le parabole della misericordia – noi tocchiamo il cuore del Vangelo. Questo per dire con quale delicatezza e stupore dovremmo avvicinare questa pagina, come quando ti fai vicino al cuore della creatura che ami: ne tocchi il cuore.
E, poi, c’è un cuore anche nelle parabole! Non è tanto il messaggio sui peccatori, ma il messaggio su Dio: in evidenza, più che la pecora perduta, la moneta perduta, il figlio perduto, in evidenza è il pastore, è la donna di casa, è il babbo di quei due figli. In evidenza c’è Dio. E cosa si dice di Lui? Che anche Lui si perde. Si perde la pecora, si perde la moneta, si perde il figlio minore, ma anche Dio è uno che si perde: si perde dietro anche a uno solo! Lui, il nostro Dio, il Dio di Gesù, ha a cuore il bene di ciascuno.
Di queste tre parabole, quella più famosa è stata chiamata per troppo tempo la parabola del figlio prodigo. E’ un titolo sbagliato, è un titolo infelice, è un titolo che va bocciato, perché confonde su due cose.
La prima cosa: non c’è soltanto un figlio; sono due i figli: il figlio maggiore e il figlio minore. E, seconda cosa: prodigo di che cosa è questo figlio? Prodigo sta ad indicare chi esagera, in senso positivo o negativo. Lui sciupa tutto! Generoso, prodigo è veramente il babbo, un babbo che è una meraviglia. E, quindi, occorre che noi leggiamo questa parabola guardando alla figura del babbo, capendo che vuole insegnarci come Dio agisce verso di noi. Abbiamo un Dio meraviglioso che agisce come questo babbo.
Ora cerchiamo di vedere questo babbo con quattro trattini velocissimi, telegrafici. Primo: è un babbo che tace. Secondo: è un babbo che aspetta. Terzo: è un babbo che corre. Quarto: è un babbo che perdona.
E’ un babbo che tace. C’è questo figlio che dice: “Dammi la parte del patrimonio che mi spetta”. Il babbo non dice una parola. Provate a pensare quanta amarezza nel cuore di questo babbo. Questo figlio vuole andare via; oramai è grande, vuole la sua libertà ma il babbo ha paura del futuro di questo figlio: “Chissà come si comporterà, che cosa farà?”. Però tace ma questo silenzio è un silenzio di amore, perché il silenzio prende il colore di quello che abbiamo nel cuore. Provate a pensare.
Quando siamo arrabbiati magari, facciamo silenzio ma lo sguardo è gelido, andiamo in un angolo della casa, pensiamo in silenzio ma quel silenzio è una parola, contiene tantissime parole, perché è un silenzio che parla, pur facendo silenzio. Ecco, questo babbo tace ma il suo è un silenzio di amore. Tace perché ama. Tace perché vuole tanto bene a questo figlio.
Seconda cosa importante: è un babbo che aspetta. Notate: “Quando era ancora lontano… “, il figlio sta tornando, “Quando era ancora lontano, suo padre lo vide”. Una meraviglia. Cioè, chi ama, aspetta. Chi ama sa aspettare. Perché chi ama veramente non può rassegnarsi a una sconfitta. E’ terribile non essere amati. E si soffre tanto quando uno si sente non amato. Anche Dio fa questa esperienza di non essere amato ma continua ad amare, continua a sognare che l’altro capisca il suo amore fedele. E questo babbo aspetta, aspetta sempre. E siccome aspetta, quando il figlio da lontano arriva, lo vede subito: “Finalmente sta tornando!”.
E’ un babbo che tace. E’ un babbo che aspetta. E’ un babbo che corre. “Commosso”. Appena l’ha visto da lontano, dice il testo, “commosso, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò”. Che bello! Questo babbo anziano, come i nostri anziani che fan fatica magari a muoversi, vede questo figlio che torna da lontano e “gli corse incontro” perché l’amore fa correre, l’amore dà una forza particolare, l’amore fa fare meraviglie. C’è un proverbio berbero famosissimo, bellissimo, splendido, che spiega questa cosa in maniera telegrafica: “Quando tu muovi il primo passo verso Dio, Lui ti sta già correndo incontro”. Si getta al collo del figlio e, quindi gli impedisce di gettarsi ai suoi piedi, e lo bacia per dire: ”Come sono contento di incontrarti!”. Ed è proprio questo amore che diventa perdono. E’ un babbo che perdona. “Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Notate.
Fossimo stati noi al posto di questo babbo, che parole: “Te l’avevo detto io! Sei il solito! Ecc… ecc… ecc…”. Invece questo babbo tace. Lo abbraccia. Lo bacia. E gli dice, appunto: “Ricominciamo daccapo!”.
Questo è il volto del nostro Dio. Noi siamo figli per sempre. Anche voi magari vedendo i vostri familiari, i vostri amici, magari tantissima gente che non viene in chiesa per anni, che non viene a Messa per anni, ma quando torna in chiesa davanti al tabernacolo, il Signore gli dice: “Ti aspettavo. E’ tanto tempo che ti aspettavo. Meno male che sei venuto!”. Questo è il nostro Dio.
Imparate questa cosa, è la cosa più importante per capire Dio, cioè: “Ho un Padre che mi aspetta sempre, qualunque cosa faccia e, anche se manco per molto tempo, appena arrivo, Lui mi fa un sorriso e dice: Meno male. Mio figlio è tornato!”. L’ultima parola di Dio è il perdono, l’ultimo suo gesto è l’abbraccio.
Don Luciano Marchetti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 11 Settembre 2022


